di Gianni Alemanno e Fabio Falbo
Il Dubbio, 16 aprile 2026
È passata una settimana da Pasqua, tre dal Referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, è tempo di riaprire un tavolo di confronto sulle emergenze della Giustizia italiana e tra queste anche su quella a più grave impatto umano: l’emergenza del sovraffollamento delle carceri italiane. Sono trascorsi anche 9 mesi dal Consiglio dei Ministri del 22 luglio 2025 specificatamente dedicato, per volere del Presidente Meloni e del Ministro Nordio, agli interventi contro il sovraffollamento delle carceri. Da quel giorno non un solo nuovo posto in cella è stato creato del Commissario straordinario per il “Piano carceri” dott. Marco Doglio, mentre il sovraffollamento è passato dal 130% all’attuale 138%.
Non si è vista traccia del preannunciato Decreto del Presidente della Repubblica che doveva rendere più fluida l’applicazione della Legge 199 (quella che permette ai detenuti non pericolosi di scontare gli ultimi 18 mesi della loro condanna in detenzione domiciliare), né del Disegno di Legge che doveva aumentare il numero di detenuti tossicodipendenti da trasferire dal carcere alle Comunità terapeutiche. Anche la task-force con i Presidenti dei Tribunali di Sorveglianza, presieduta dall’allora Capo di Gabinetto Giusi Bartolozzi, non è riuscita a rendere più celere la concessione dei benefici di pena previsti dalla legge. Un fallimento totale.
Un fallimento totale anche rispetto agli obiettivi che il Governo stesso si era posto, obiettivi che dovevano essere un’alternativa alla proposta di legge - appoggiata anche dal Presidente del Senato La Russa - per premiare la buona condotta delle persone detenute con una liberazione anticipata speciale.
Prendere atto, prima che sia troppo tardi, di questa situazione, significa interrogarsi su cosa si possa concretamente fare. Un Comitato promotore, coordinato dal Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Palermo dott. Mazzamuto con Rita Bernardini come portavoce, sostenuto anche dalla CEI (Conferenza Episcopale Italiana), si sta muovendo in questo senso. Noi, conoscendo la pervicace posizione di questo Governo contro ogni intervento di legge che possa sembrare di “clemenza”, mettiamo sul tavolo anche una semplice proposta per ridurre il sovraffollamento con un semplice provvedimento amministrativo, senza fare nessuna nuova legge.
Di che si tratta? Cerchiamo di spiegarlo con parole semplici. Quando nel 2013 l’Italia fu condannata per il sovraffollamento carcerario con la Sentenza Torreggiani, il Parlamento italiano corse ai ripari introducendo l’art. 35 ter all’Ordinamento penitenziario. Questo articolo prevede lo sconto del 10% della pena, oppure il risarcimento di 8 euro per ogni giorno in carcere, quando la detenzione avviene “in condizioni inumane e degradanti”, quali appunto quelle causate dal sovraffollamento. Solo che queste previsioni da allora sono state applicate in modo del tutto insoddisfacente dalla magistratura di sorveglianza.
Perché? Perché quando una persona detenuta avanza un’istanza per applicare l’art. 35 ter O.P. il magistrato chiede all’Amministrazione penitenziaria di avere una relazione tecnica sulle effettive condizioni di detenzione di questa persona. Questa relazione viene scritta utilizzando un software chiamato ASD (Automazione Spazi Detentivi) che dovrebbe calcolare automaticamente se le condizioni di detenzione sono al di sotto dei parametri minimi di vivibilità, ma che maschera la realtà con dati capziosi.
Questo programma è stato sbugiardato anche durante la visita a Regina Coeli del 12 agosto 2025, effettuata dall’On. Giachetti e dalla Presidente di Nessuno Tocchi Caino Rita Bernardini, con la presenza della Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Roma dott.ssa Marina Finiti, visto che venne verificato che una cella di 9 metri quadrati con 3 persone risultava “in regola” solo per il software ministeriale, ma era in palese violazione dei parametri stabiliti dalla Corte di Cassazione e dalle norme europee.
Ebbene, sarebbe sufficiente che il Ministro Nordio, o il suo nuovo Capo di Gabinetto, dott. Antonio Mura, ordinasse al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) di correggere questo software, tenendo conto delle condizioni invivibili in cui si trovano tutti i penitenziari italiani, per ottenere la liberazione, subito e secondo le norme vigenti, di almeno 5.000 persone detenute.
Non solo, sarebbe anche un modo per ottenere risparmi significativi nei costi del sistema penitenziario. Facciamo un esempio: per una persona da 20 anni in espiazione, lo Stato spende circa 1.095.000 euro per il mantenimento, 150 euro al giorno (!!). Riconoscere il corretto sconto di pena per inumanità della detenzione farebbe risparmiare alla collettività 167.900 euro, ovvero il costo del mantenimento per il 10% di taglio della pena (2 anni, pari a 730 giorni, 150 euro X 730 giorni = 109.500 euro) più l’esborso per i risarcimenti (8 euro X 730 giorni = 58.400 euro) a cui l’Amministrazione potrebbe essere condannata con un ricorso alla Corte di Cassazione.
Questi sono freddi numeri, ma dietro questi numeri ci sono persone in carne e ossa, che vivono in condizioni in cui non dovrebbero vivere. Qualche esempio?
Emiliano e Marco sono due “cellanti” di Gianni. Dopo lunga opera di persuasione, oggi finalmente si sono convinti ad andare a Messa con lui nella Cappella del Reparto. Al termine della funzione queste due uomini duri e tosti avevano le lacrime agli occhi. Marco ha detto: “se ho sbagliato è per far vivere bene la mia famiglia. Ma mia figlia di 22 anni mi ha ammonito: preferisco mangiare pane e cipolla, purché tu torni a casa con noi e non sbagli più”. Emiliano gli ha replicato: “mia figlia, che ha 12 anni, mi ha detto la stessa cosa.” Emiliano e Marco vivono (con Gianni) in 6 persone in una cella che secondo regolamento dovrebbe ospitare al massimo 4 persone. Sono delle bestie che non hanno diritto allo sconto di pena previsto dalla legge?
Preferire qualche storia più cruda? Eccola. Vi avevamo già accennato in un altro Diario di cella che il nomare Zoran era stato detenuto in una cella singola con bagno a vista insieme a un’altra persona, adesso Zoran da circa un mese vive in una cella singola in condizioni inumane. La cella è senza il WC e senza il lavandino (entrambi mandati in frantumi durante una crisi isterica dello stesso Zoran) e quindi è costretto a defecare senza acqua nel buco dove doveva esserci il WC, mentre le temperature stagionali si stanno alzando e le propagazioni di malattie sono concrete a danno non solo di Zoran ma di tutte le altre persone detenute nel reparto. Naturalmente per il sovraffollamento non c’è nessuna altra cella disponibile, ma secondo il software ministeriale la detenzione di Zoran non avviene in condizioni disumane e degradanti. Sono due storie che parlano del modo con cui vivono le oltre 63.000 persone detenute in Italia. Vogliamo continuare a chiudere gli occhi?











