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di Claudia Arletti

La Repubblica, 5 settembre 2025

Una ricerca sociologica lo ha chiesto ad alcuni studenti delle superiori. Il risultato? Parole forti come “gabbia” o “inferno”. E un sistema educativo bocciato. Con i suoi leader sempre all’attacco, gli ultimatum e i duelli, la politica italiana più che un’arte è una guerra, un mondo che si racconta come un conflitto senza tregue, puntellato da metafore marziali. Niente di strano, perché sul lavoro così come nella vita privata, pensiamo e ragioniamo dicendo una cosa per dirne con più forza un’altra, e l’esito è quasi sempre potente e rivelatore.

Così, se provaste a entrare in un’aula piena di adolescenti, invitandoli a descrivere la scuola con un’immagine, be’, le battaglie magari non entrerebbero nelle risposte, ma ne sentireste comunque delle belle. O delle brutte. Brutte e sconcertanti. Una nuova ricerca ci dice che la nostra scuola superiore è pensata come un carcere. Un canile. Un manicomio. Come l’Urlo di Munch. Espressioni che lasciano basiti i boomer venuti su nell’aria frizzante del Dopoguerra e gli ex ventenni scesi in piazza nel ‘68 a reclamare un mondo nuovo, e che risultano estranee anche a chi era adolescente quando crollava il Muro di Berlino. Soprattutto, questi ragazzi ci dicono che non c’è speranza: nulla cambierà.

In ascolto - Se fare parlare gli studenti per metafore non è, nella letteratura scientifica, una novità, oggi abbiamo un lavoro tutto italiano, nato all’interno del più ampio progetto di orientamento Cosa farò da grande? dell’università Guglielmo Marconi. La ricerca ha coinvolto 150 studenti del terzo e quarto anno di un liceo classico, uno scientifico, un artistico, un linguistico e un istituto tecnico, in zone diverse - ricche e povere - della Città metropolitana di Roma. I risultati sono ora pubblicati su Scuola Democratica con la firma della sociologa Rita Fornari. Titolo, Dare voce agli studenti: metafore sull’esperienza scolastica. Un lavoro qualitativo e non sui numeri, con un questionario preliminare dove, racconta la docente, “avevo inserito una domanda che mi premeva: se dovessi descrivere la scuola come una metafora, quale immagine useresti? Quando poi in aula mostravo le slide con le risposte, erano stupefatti: “Ma lo abbiamo detto noi?”“. Nei risultati ha rintracciato alcuni filoni, che proviamo a sintetizzare. Tenetevi forte.

Montagne russe e bagni - Le metafore più ricorrenti rimandano al malessere e a una dimensione opprimente: la scuola è gabbia, manicomio, purgatorio, inferno. Richiamano regole, vincoli, barriere. Un posto buio. Matrix. Un ragazzo tira fuori l’Urlo di Munch. Qualcuno evoca le montagne russe, un altro descrive un mare pronto a passare da una tranquillità “che dà certezze e gioia” alla burrasca “che dà ansia e delusione”. La stessa Fornari ha trovato angusta l’atmosfera: le metafore, dice, non bastano a descrivere la frustrante rigidità dello spazio, la fatiscenza di alcune strutture, la chiusura degli ambienti che riflette quella sul futuro, la provvisorietà di certi corridoi adattati a mo’ di aula che mortificano la percezione del valore del sé. Appartengono alla “fenomenologia della finestra” le grate e le aperture talvolta posizionate troppo in alto per guardare fuori. Nel suo piccolo, l’ossessione dei bagni emerge con la forza che hanno i simboli: “La richiesta di andare in bagno è regolamentata e centellinata. Si deve chiedere il permesso, talvolta la grazia. Non a caso è il punto su cui si è giocata da subito la fiducia nei riguardi di noi docenti orientatori, perché, come ha spiegato una studentessa, quel chiedere il permesso crea un’enorme barriera tra l’alunno e il professore”.

Avanti senza meta, a parte i voti - La scuola è pedalata, ostacoli, impegno, è tenere duro. Certe metafore non sono per forza negative, però evocano un futuro che non si mette a fuoco: si corre senza intravedere il traguardo. Se all’esterno miete sempre grandi successi la vecchia teoria del capitale umano, per cui l’istruzione è un investimento che un giorno offrirà guadagni individuali e collettivi, nelle aule questa idea è più debole che mai: il futuro è incerto, sicura è solo una sequenza di prove da superare. C’è chi evoca immagini leggere e accoglienti: la casa, l’accademia greca. Ma sono esiti residuali, richiamati per evocare la scuola “come dovrebbe essere”: una farfalla libera, un edificio luminoso, l’albero della conoscenza. Tutto esplode nell’ora della prova: ecco le metafore del tribunale dove ogni parola è pesata, ogni azione giudicata, e dove il voto definisce anche l’identità. Il voto troppo basso è percepito come un fallimento che tradisce le aspettative familiari e sociali: è inesorabile, spietato, definitivo.

Ribellarsi? Non scherziamo - La scuola per tanti intervistati è la prima casa dei tre porcellini, quella di paglia, un luogo vecchio e fallimentare. C’è chi dice che è un circo dove siamo clown, un inferno ma divertente, un parco giochi, fino alla drammatica immagine del canile. Il futuro è segnato, proprio come il presente, e non c’è traccia di ribellione: “Non sperano in un miglioramento e per me è l’indice più chiaro della crisi” dice Fornari.

Senza che ne avesse le intenzioni, con le sue metafore carcerarie la ricerca sembra specchiarsi nelle direttive law&order brandite dal governo Meloni davanti ai pochi che protestano nei cortei e a chi osa alzare la testa, a uscire dagli schemi. Così inizia anche il nuovo anno, con la stretta sul voto di condotta, una regolamentazione dall’alto sull’uso dei cellulari e naturalmente l’annunciata punizione per chi riproverà a saltare l’orale della Maturità. Fornari: “Ingenuo o eroico che sia, è stato per alcuni un modo di farsi sentire. La risposta? Ordine e disciplina, come se fossero capaci solo di bravate. Il simbolico non lo si vuole vedere”.

Cercando la bussola - È sempre stato così? Gli studenti si sono sempre sentiti, in cuor loro, dentro una gabbia? Non disponiamo di studi su come i ragazzi si siano rappresentati la scuola nel corso del tempo: la loro voce non ha mai destato grande interesse, fare raffronti è impossibile. La pedagogista dell’Università Cattolica Carla Ghizzoni, autrice con Chiara Mattioni di Storia dell’Educazione (Il Mulino, 2023), spiega che le fonti per indagare ci sarebbero pubblicazioni periodiche, magari goliardiche, e diari - ma bisognerebbe andare a cercarsele e poi fare un grande lavoro. C’è solo un periodo in cui la voce degli studenti si impone con forza: il 68.

“La letteratura è ampia, e abbiamo numerosi documenti prodotti dagli studenti che reclamavano una scuola diversa in una società diversa. Avanzavano richieste fondate e volevano essere ascoltati”. Oggi sono soprattutto i ragazzi del Tecnico, alcuni dei quali bocciati più volte, a mostrarsi rassegnati. Niente desideri, zero aspettative: “Mi adatto”, “mi va bene tutto”. Fornari: “Se provi a incoraggiarli con un “puoi farcela” rispondono “non me l’aveva mai detto nessuno”. Se gli si chiede se ci rimangono male quando i professori gli dicono “cretini”, cosa che è successa in mia presenza e a momenti svenivo, alzano le spalle, “siamo abituati”“.

I peggiori sono i migliori - Non si stupisce il docente e scrittore Eraldo Affinati, un’esperienza quarantennale tra tecnici e professionali, fondatore delle scuole Penny Wirton dove si insegna l’italiano agli stranieri attraverso un sistema di volontariato 1-1 (un volontario-un allievo): “La scuola era ed è percepita come un carcere perché tutto ruota ancora intorno all’aula, un luogo chiuso dove il tempo è scandito dal suono della campanella, e siamo fermi alle lezioni frontali, che implicano un rapporto di sorveglianza e punizione, come direbbe Foucault”. Alle spalle Affinati ha titoli come Via dalla pazza classe e ora sta dando gli ultimi ritocchi a Per amore del futuro. Educare oggi (in uscita a ottobre con San Paolo).

Dice: “I grandi educatori ci insegnano che lo spazio didattico non è solo un contenitore. E ormai da anni la soluzione è nota: apprendimento cooperativo, con i gruppi, affiancare esperienze conoscitive alle lezioni, tenere presente la stazione di partenza di ognuno, così da premiare il percorso più che il traguardo, e basta con interrogazioni costruite come una gara olimpica per salire sul podio. Ma in Italia non riusciamo a uscire da dimensioni sperimentali, di buone pratiche che non si mettono a sistema”. La Penny Wirton di Roma registra ogni anno un gran via vai di adolescenti impegnati nel Pcto, il tirocinio obbligatorio prima della Maturità, dove fanno l’esperienza di insegnare, loro, agli immigrati. “Succede invariabilmente una cosa straordinaria. Quelli che definiscono canili la loro scuola sono così disinvolti e freschi da lasciare ammutoliti i loro docenti accompagnatori. Chi è vicino alla bocciatura rivela le doti più inaspettate”.

Siamo proprio sicuri? - Nemmeno Fabio Lucidi, pro rettore della Sapienza con delega fra l’altro ai rapporti con gli studenti, è sorpreso dalle metafore carcerarie, però ci ricorda che questi ragazzi hanno vissuto il Covid (eh già), “sperimentando la completa assenza di regole e l’esplosione delle relazioni digitali, senza corpi da prendere in giro né da idealizzare”. Con il ritorno alla normalità è arrivata quella che metaforicamente chiama la fine del mondo: “L’illusione di non avere corpo né regole sociali è crollato. Sono aumentati i disturbi legati all’ansia, all’umore, alla depressione, le condotte autolesive. E il rientro in aule anguste è stato vissuto come inaccettabile”. Ma aggiunge due cose. La prima: “Siamo sicuri che si debbano drammatizzare i risultati di questa ricerca? Verso i 16-17 anni la stragrande maggioranza abbandona lo sport: sarà perché l’adolescenza porta con sé una generale insofferenza alle regole?”. E poi: “Un certo livello di contenimento è indispensabile. Ma oggi il sistema, oltre e a contenere il corpo, lo mortifica. Gli studenti sono visti come creature con necessità mentali e basta. Eppure le alternative ci sono. Il sistema finlandese, per dire, non ha programmi particolari di matematica, però ogni tot minuti manda tutti a camminare”.

E a proposito della Finlandia - La via di uscita, dicono gli esperti, sono i progetti dal basso: non fanno sistema, ma tengono accesa l’idea che un altro mondo è possibile. Qui segnaliamo la Rete delle scuole dialogiche: sono circa cento, molte in Sicilia. Con il coordinamento scientifico dell’Università di Pisa, ciascuna ha scelto un ambito su cui concentrarsi (il rapporto con i ragazzi, il lavoro dello staff…), attraverso un modello di pratiche basato su comunicazione e relazione, per esempio sottoscrivendo “patti di corresponsabilità”, elaborati da tutta la comunità scolastica, studenti inclusi, non documenti precotti, sottoposti alle famiglie solo per la firma.

Il responsabile della Rete è Marco Braghero, e siccome è tornato in Italia dopo avere insegnato a lungo all’università di Jyväskylä, fa presente che la stragrande maggioranza degli adolescenti finlandesi, nel rispondere al nostro questionario, esprimerebbe contentezza: “Hanno grande autonomia e vivono la scuola tutto l’anno, come una casa”. Ah, non serve il permesso per andare in bagno: se ti scappa, vai.

Ex cathedra - E voi? Qual è la vostra metafora?, abbiamo chiesto infine ai nostri interlocutori. Fornari ha risposto il viaggio. Lucidi, la paura e il desiderio. Braghero: una palestra o un cantiere rumoroso. Ghizzoni: un viaggio come è la vita. Eraldo Affinati invece si riconosce nell’idea della gabbia, “però poi sono diventato un insegnante, chi l’avrebbe mai detto?”.