di Mauro Magatti
Corriere della Sera, 11 aprile 2026
Serve una politica che miri a creare le condizioni sociali per relazioni più responsabili. Era l’inizio degli anni Novanta quando Zygmunt Bauman salutava la “postmodernità” - termine poi caduto in disuso - come l’alba di una nuova epoca di libertà. Caduti gli ordini sociali rigidi (religiosi, politici, familiari), l’Io sembrava finalmente sul punto di acquisire il potere di decidere per sé. Non più suddito di norme imposte da autorità esterne, ma soggetto capace di giudizio autonomo. Secondo il sociologo polacco, si trattava dell’occasione per liberare la responsabilità dal conformismo e restituire all’individuo la propria irriducibile “responsabilità morale” considerata “come la più personale, la più inalienabile delle proprietà umane e il più prezioso dei diritti umani”.
Già alla fine di quel decennio, nel libro che lo rese famoso (Modernità liquida), Bauman aveva capito che le cose sarebbero andate in modo molto diverso. Da un lato, la capacità del capitalismo di strumentalizzare l’individualizzazione ridotta a consumo e competizione permanente. Dall’altro lato, la spinta culturalista della libertà postmoderna, con l’erosione progressiva della trama delle obbligazioni sociali, rimaste ormai senza fondamento. È stata la perdita della tensione tra libertà e legame a far deragliare le speranze nate con la caduta del Muro di Berlino. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti. Ma una cosa è chiara. Nella policrisi, la libertà arretra: le disuguaglianze aumentano, la gestione algoritmica del consenso guadagna terreno, le violenze e le discriminazioni di genere continuano, l’autoritarismo sembra più attrezzato della democrazia nel gestire il cambio d’epoca.
In fondo, la policrisi altro non è che un grande caos entropico scatenato proprio da quella perdita di tensione di cui aveva parlato Bauman. La libertà e la giustizia arretrano perché per troppo tempo si è coltivato - a destra ma anche a sinistra - un’idea profondamente individualistica - non relazionale - della libertà. Abbiamo cioè immaginato che essere liberi significhi essere sciolti da ogni legame. Dove libertà e legame sono alternative. Il problema è che non è possibile sciogliere questa tensione e così il legame negato ritorna in forma perversa: come dipendenza, come tribù chiusa, come populismo, come sistema tecnocratico del controllo, come logica amico/nemico, come guerra.
La cultura politica di questa fase storica è profondamente segnata da questo ritorno perverso. Viviamo in una sorta di ritardo cognitivo. La libertà ha certamente una dimensione emancipativa: essere liberi significa avere la possibilità di uscire da relazioni oppressive, violente o ingiuste. Questa conquista rappresenta uno dei grandi progressi della modernità. Ma una volta che ci siamo liberati, la questione diventa un’altra: quali relazioni scegliamo, accettiamo e, soprattutto, quali relazioni facciamo esistere. È la scienza (fisica quantistica, biologia, neuroscienze) che lo dice ormai da un secolo. La libertà non si esaurisce nello spezzare le catene; si realizza nella capacità di generare legami nuovi in cui la libertà di ciascuno può esprimersi.
Come scrive Mandela: “Essere liberi non significa solo sbarazzarsi delle proprie catene, ma vivere in un modo che rispetta e valorizza la libertà degli altri”. Il tema non è certo nuovo: da molto tempo sappiamo che la democrazia vive non solo di libertà da, ma soprattutto di libertà per e con. Il che significa: non libertà contro il legame, ma libertà attraverso il legame.
La questione, ovviamente, non è individuale, ma politica. Nella transizione in cui siamo, serve, weberianamente, un nuovo “spirito” - cioè un nuovo mito attorno al rapporto libertà e legame - peraltro già presente in tante energie vitali della società. Che però non hanno una cornice di riferimento in cui ritrovarsi. In una situazione di caos e paura, di ristrutturazione degli assetti capitalistici, serve una politica di visione e progetto. Come lo sono stati la società dei consumi prima e il neoliberismo poi. Entrambe prima pensate e poi implementate. Serve una politica che miri a costruire le condizioni sociali, economiche e istituzionali che rendono possibile una convivenza plurale fondata su relazioni libere, cioè responsabili. Il che concretamente si traduce in una diversa gestione della questione demografica e del lavoro di cura; del nodo tassazione/evasione; delle regole del mercato del lavoro. Tanto per fare qualche esempio.
Di questo nuovo spirito in Italia c’è un urgente bisogno. In una recente rilevazione del Pew Research Centre, la percentuale di chi pensa che ci si possa fidare degli altri in Italia è del 27%. Quando negli USA siamo al 37, in Germania al 42, in Canada al 47, in Cina al 62 e in Danimarca al 74. Solo la Francia fa peggio di noi, al 26. Il paradosso della libertà è che è una questione individuale e al tempo stesso un progetto collettivo. Come dice Hanna Arendt, la libertà non è un fatto individualistico. Essa al contrario si realizza nell’azione condivisa, nello spazio che si apre tra gli esseri umani quando agiscono insieme.











