di Giancarlo Visitilli
Corriere del Mezzogiorno, 31 gennaio 2025
Che fatica essere educatori credibili, insegnare, nonostante tutto, a credere nella giustizia, essere onesti e impegnarsi per diventare cittadini migliori. Ma c’è il rischio di essere in-credibili: se i ragazzi e le ragazze non credono più che la politica sia una cosa bella e sana, se “non ci credo nella giustizia italiana” o “io so che non sarà la scuola ad aiutarmi a realizzarmi”, questo è causa del discredito quotidiano da parte di chi la scuola, la giustizia, la politica, la Costituzione dovrebbe difenderle. Dovremmo smettere di leggere il quotidiano con gli studenti, di occuparci di ciò che accade e piuttosto fare la scuola come piace a molti: lezioni frontali che non parlano alle nostre vite? Si può insegnare Diritto, Educazione civica, Storia, senza fare riferimento allo scempio di questi giorni nel nostro paese fra Stato e magistratura? Si può fare letteratura, scienza, matematica e non mostrare i duecentomila esseri umani che, tornando a casa, dopo un’inutile strage, non trovano le loro case e parenti? C’entra questo con l’antifascismo e con la Carta dei Diritti universali dell’Uomo? Se la scuola evita, i futuri italiani continueranno a evitare di votare, di agire con giustizia ma soprattutto eviteranno l’indignazione per la mancanza di diritti. A scuola si dovrebbe recuperare il credibile, in un mondo e in un quotidiano che non lo sono più.
Ho chiesto a Roberto Rossi, magistrato e procuratore della Repubblica, soprattutto cittadino da sempre impegnato nell’educare alla cittadinanza attiva, sulla credibilità educativa: “Un giudice della Corte suprema israeliana ricorda un detto talmudico sui giudici: “Tu pensi che io ti stia conferendo un potere? In realtà, è una schiavitù quella che io sto imponendo su di te”. È la premessa che mi accompagna in aula ogni giorno. Mentre partecipo al processo, io mi sottopongo a giudizio, e come anche i miei pari, vedo il mio ruolo di giudice come una missione: decidere non è solo un mestiere, è un modo di vivere. Ogni giudice risponde alla sua chiamata con integrità e umiltà intellettuali, uniti a un senso sociale e a una comprensione storica, cercando soluzioni, espressione del bilanciamento tra giustizia ed eguaglianza per tutti. Ciò è un modo diverso di esprimere quello che afferma la Costituzione italiana all’art. 101: “I giudici sono soggetti soltanto alla legge”. I magistrati non sono migliori degli altri cittadini, hanno idee, opinioni, emozioni come tutti, ma imparano nell’esercizio del loro lavoro a guardare fuori da se stessi, a essere indipendenti da se stessi. Per essere così sottoposti a una regola che la comunità attraverso la legge ha creato. Non più Io che penso ma cosa pensiamo Noi. Comprendendo che esistono i diritti degli altri, pensieri e realtà diversi. Sospendendo così anche ogni giudizio morale, applicano solo una regola che salvaguarda il vivere ordinato civile. Non sempre la legge è giusta ma è espressione di un pensiero collettivo. Il giudice si fa interprete di questo pensiero collettivo, attento a cogliere i cambiamenti della società, adattando le regole ai cambiamenti. Facendo questo il giudice si ricorda sempre che la legge, proprio per i mutamenti delle maggioranze nella sua oggettività, tutela le minoranze del momento. Il giudice ne è il garante supremo”.











