di Mauro Magatti
Corriere della Sera, 7 agosto 2021
Con il vaccino per Covid siamo dentro una grande sperimentazione di massa in cui il confine tra ciò che sappiamo e ciò che ignoriamo rimane molto labile. In questa situazione, hanno sostenuto in un recente post Giorgio Agamben e Massimo Cacciari, occorre stare attenti a non introdurre surrettiziamente pratiche discriminatorie che trasformano automaticamente i non vaccinati in cittadini di serie B. In gioco è la nostra stessa libertà con l'affermazione di nuovi regimi dispotici. Difficile non essere d'accordo sulla delicatezza e i pericoli di questi lunghi mesi pandemici. Ma le ragioni di preoccupazione mi paiono diverse da quelle indicate dai due filosofi italiani.
Nei mesi del coronavirus, l'alleanza tra scienza e governi ha portato a una serie decisioni che hanno oggettivamente ridotto la libertà personale. Tali decisioni, inoltre, prese in condizioni di emergenza e sulla base di conoscenze necessariamente parziali, hanno accelerato - e in certa misura forzato - i normali percorsi della decisione democratica. Indubbiamente, il modo di procedere di questi 18 mesi - un tempo già lunghissimo, che rischia di protrarsi ad libitum - si porta dietro molte insidie. A ben guardare, quello che è accaduto nell'ultimo anno e mezzo ricalca perfettamente il copione seguito nel 2001 del 2008, cioè nei due precedenti shock che hanno colpito le società globalizzate. L'aggiustamento si è prodotto su due piani: rimodellando i rapporti di potere dentro e fuori i singoli Paesi e introducendo una forte stretta sul piano regolativo. Che nel caso del 2001 ha riguardato soprattutto gli aeroporti e più in generale la mobilità delle persone; e che nel 2008 si è tradotto in una serie di vincoli formali posto alla attività creditizia. Con il Covid, la regolazione ha toccato direttamente la vita personale: col lockdown, le mascherine, il distanziamento, la vaccinazione, il green pass.
In società sempre più complesse e basate su un'idea individualistica di libertà - e dove di conseguenza si sono assottigliati i riferimenti etico-culturali comuni e soprattutto si è rinunciato a far leva sulle risorse morali della persona - il ricorso alla stretta regolativa è la risposta automatica che il sistema adotta per far fronte all'emergenza. Ma occorre domandarsi: si tratta di un effetto o di una causa?
Rispondere a questa domanda è decisivo. Come scrivono Cacciari e Agamben, i rischi per la libertà sono molto seri. Ma è lo svuotamento a cui la libertà è andata incontro ad esporla al pericolo di una deriva involutiva. Non si tratta di qualcosa di nuovo, ma di una malattia ricorrente della vita democratica, tanto che già a metà dell'800, Alexis de Toqueville ne aveva parlato in un brano di straordinaria attualità: "Se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo, vedo una folla innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro desideri, estraneo al destino gli altri degli altri... al di sopra di essi si eleva un potere immenso e tutelare, che si incarica di assicurare i loro beni e di vegliare sulla loro sorte. È assoluto, particolareggiato, regolare, previdente e mite... Così ogni giorno esso rende meno necessario e più raro l'uso del libero arbitrio, restringe l'azione della volontà e toglie poco a poco a ogni cittadino perfino l'uso di se stesso... Così dopo aver preso nelle sue mani potenti ogni individuo e averlo plasmato a suo modo, il sovrano estende il suo braccio sull'intera società; ne copre la superficie con una rete di piccole regole complicate, minuziose e uniformi, attraverso le quali anche gli spiriti più originali e vigorosi non saprebbero come mettersi in luce; esso non spezza le volontà, ma le infiacchisce le piega e le dirige; raramente costringe ad agire, ma si sforza continuamente di impedire che si agisca; non distrugge, ma impedisce di creare; non tiranneggia direttamente, ma ostacola, comprime, snerva, estingue...".
L'esperimento di massa sta qui: immaginare di risolvere i grandi problemi che abbiamo davanti (a cominciare dalla pandemia, per proseguire col riscaldamento globale o la gestione dell'immigrazione etc.) proclamando certezze che non ci sono e così rinunciando a chiedere a ogni cittadino - come insegnante, medico, imprenditore, amministratore, giornalista, sportivo, genitori, nipote etc. - di dare il proprio contributo per raggiungere un obiettivo incerto ma comune. E ciò perché sembra impossibile alla nostra cultura riuscire a tenere insieme il valore della libertà con quello della responsabilità. Che invece è il punto fondante di ogni libertà che non si autodistrugga.
Ognuno ha il diritto di vaccinarsi oppure no. Ma se decido di non farlo, ne consegue che, per responsabilità nei confronti degli altri, accetterò di rinunciare a prendere parte a manifestazioni e attività in cui posso trasmettere il virus. È quando la libertà fallisce questa responsabilità che si spalanca la porta del nuovo potere tutelare che oggi prende le forme della regolazione tecnico-burocratica. È l'infragilimento della nostra libertà lo spettacolo preoccupante di questi mesi. Che in qualche momento dà la sensazione che sia ormai impossibile intendersi su qualsiasi cosa. Anche sulle più elementari. Nell'illusione (tanto ricorrente quanto vana) che un mondo senza l'incertezza, l'insicurezza, il rischio, il dubbio sia possibile e desiderabile. Senza tornare a credere e a investire sulla responsabilità delle persone, la libertà finisce sempre per costruirsi da sé la sua prigione.










