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di Olga D'Antona

 

La Stampa, 29 aprile 2021

 

La giustizia. Che cosa è la giustizia per noi vittime? Che cosa è oggi per chi ha perso i suoi cari 40-50 anni fa? Non mi sfugge l'importanza degli arresti di ieri. Un gesto politico rilevante perché segna un passo avanti nel reciproco riconoscimento tra i Paesi europei, il rispetto per il nostro sistema giudiziario che in questi anni la dottrina Mitterrand aveva negato.

Ci ha fatto molto male l'impunità garantita dalla Francia ai terroristi. È sembrata una forma di appoggio a chi aveva inferto gravissimi lutti alle nostre famiglie. A quei parenti che hanno vissuto per quarant'anni tenendosi il dolore addosso mentre in Francia i radical chic, è proprio il caso di chiamarli così, trattavano i carnefici come dei romantici combattenti. Fanny Ardant li chiamò eroi. Forse pensava alla Rivoluzione francese.

Ma questi terroristi erano quelli che avevano ucciso vittime innocenti, gente che prometteva una rivoluzione di sinistra ammazzando gli operai, come Guido Rossa a Genova. L'impunità garantita da Mitterrand piaceva a certi ambienti culturali della sinistra francese. I parenti delle vittime di quei terroristi hanno dovuto subire la pena accessoria di uno Stato che negava l'arresto dei colpevoli riconosciuti di quei delitti. E lo dico a prescindere dal mio caso personale.

In fondo l'assassinio di mio marito è più recente di quelli commessi dai terroristi arrestati ieri. E nel mio caso la giustizia è arrivata in tempi piuttosto rapidi. Ma penso a chi ha dovuto aspettare tutti questi anni, penso ai parenti di quelle vittime presto dimenticate, quelle poco note, che spesso non hanno avuto nemmeno la solidarietà che sarebbe spettata loro. Ma ritorna la domanda di partenza: si può chiamare giustizia quella che fa giustizia dopo mezzo secolo?

In cinquant'anni capitano molte cose. Di quei carnefici, delle persone che sono diventate dopo tanti anni vissuti da liberi cittadini, sappiamo poco. Avranno formato famiglie, cresciuto figli, si saranno costruiti una vita nuova. C'è sì soddisfazione per la fine di un'ingiustizia ma allo stesso tempo mi domando: è ancora giustizia? Si può ancora pensare alla finalità rieducativa della detenzione sancita dalla nostra Costituzione?