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di Mauro Palma

Il Manifesto, 25 agosto 2026

La sinistra, soprattutto nel nostro Paese, non ha bisogno di impostare una riflessione sul programma ripensando a presunti eccessi nella battaglia per i diritti. Dovendo dare una indicazione a un giovane per comprendere il presente non esiterei a dirgli “stay woke”, così riprendendo un originario invito a tenere gli occhi aperti, a comprendere il presente, a leggere le disuguaglianze. A capire come anche la normalità quotidiana abbia il germe della sottomissione dei diritti di taluni alla cupidigia impositiva di altri. Non avrei paura di ubriacarmi, come alcuni sembra abbiano avuto e abbiano tuttora, di eccessiva attenzione a tali diritti soggettivi, perché il contesto è talmente distruttivo dei diritti delle minoranze da non temere eccessi di attenzione unidirezionale.

Certamente, nella considerazione di tali diritti soggettivi - ma questo è elementarità dell’analisi dei conflitti all’interno di un panorama liberistico centrato sul profitto e sullo sfruttamento da parte delle classi dominanti della subalternità imposta alla gran parte della popolazione - è insito il loro stretto legame alla essenzialità dei diritti sociali, quale premessa di una loro considerazione che contribuisca al significato stesso di soggettività. Perché non c’è vita, non ci sono diritti al riconoscimento delle piegature della propria vita, se al termine stesso “vita” non si associa l’aggettivo “dignitosa” che la qualifica. E tale dignità non è concetto astratto perché si configura in termini di casa, lavoro, sanità, istruzione, assistenza, distributività del benessere.

Mi sembrava finora elementare dare questo messaggio alle generazioni giovanili in un contesto, quale quello del nostro paese, dove ancora vive e periodicamente si rafforza un improprio concetto di “normalità” che relega nel serbatoio della discriminazione chi non vi rientra pienamente. Che ancora considera il genere un concetto astratto e forse pericoloso, ritenendo l’identità personale in colori netti e non in sfumature che ognuno di noi vive e che hanno diritto a essere tutte riconosciute. Che ancora legifera penalmente per target definiti di destinatari, quali minoranze - rom per esempio - preliminarmente individuate come fastidiosamente criminali e, quindi, titolari di diritti minori, anche di essere detenuti sin dalla nascita affinché le loro madri non rubacchino in metro.

O che pensa che sia normale che una legge in vigore da quarantotto anni che tutela l’aborto riscontri ancora quasi tre quarti di operatori obiettori e finisca per essere ineffettiva in aree consistenti del territorio nazionale. Infine, che ancora veda un sistema carcerario non in grado di adempiere un servizio sociale utile alla collettività, ma di fatto si pieghi a essere un luogo dove la dignità delle persone non è rispettata e dove alla privazione della libertà si aggiungono le ulteriori penalizzazioni date dalle indegne condizioni materiali e dall’assenza di significatività del tempo che si consuma all’interno di quelle strutture.

Mi sembrava un messaggio elementare. Invece mi sono ritrovato a leggere tesi che qualificano tale attenzione, tale richiamo a saper leggere il presente, come una sorta di adesione a situazioni elitarie, eccessive e nominalistiche tipiche di alcune aree di pensiero statunitense - e in parte europeo - che mai hanno riguardato l’attenzione a questi temi nel nostro paese. Quasi fossimo epigoni della cancel culture: proprio noi che ancora conserviamo perfino la scritta “Mussolini” sull’obelisco del Foro italico a Roma.

Non è così. Siamo e dobbiamo restare nella tradizione dei movimenti di opposizione del nostro paese, nella diffusione di una socialità che vede nel conflitto l’elemento di propulsione di consapevolezza e democrazia, ben vaccinati rispetto agli eccessi; e non abbiamo bisogno di centrare una urgente riflessione di opposizione all’attuale regressione culturale e politica che imperversa nel nostro paese sul ripensamento a presunti eccessi verso la cosiddetta cultura woke. Piuttosto, dobbiamo ripensare a come si siano affrontati questi temi all’interno delle compatibilità di un sistema di accentuato liberalismo, quasi cercando di trovarne una ricomposizione al suo interno e non considerandoli come temi di radicale opposizione ai paradigmi che tale sistema ha imposto. Dobbiamo discutere di come portarli avanti al di fuori di questi schemi, non certo di come ridurre la loro rilevanza. Dobbiamo farli divenire un programma, proprio a partire da una diversa lettura del moloch della “sicurezza” che sembra essere il tema imposto al dibattito anche a sinistra, privo di quegli insegnamenti che già cinquant’anni fa connettevano la percezione dell’insicurezza avvertita soggettivamente - pur in un contesto di scenario sicuro - alla mancata sicurezza di diritti sociali, anche i più elementari e di mancanza di certezze nel futuro delle giovani generazioni.

Ripartire da un programma significa non limitarsi alla descrizione dei temi, come troppo spesso accade: quasi una reiterata contemplazione del disastro. Penso, per esempio, alla descrizione delle condizioni detentive, secondo numeri e esemplificazioni ormai note e che richiedono invece un altro passo. Riconoscendo la funzione impropria che il carcere ha assunto di impossibile supplenza di un sociale irrisolto e di punizione delle marginalità e restituendolo al suo contributo di risposta alla lacerazione che un reato produce nel tessuto sociale, contenuta e limitata, anche attraverso l’aggressione a quel bene inviolabile della persona che è la sua libertà. Penso altresì alla capacità di ricostruire una cultura delle migrazioni come valore e non solo come necessità di forza lavoro che supplisca alla carenza di nascite, pur nella costruzione continua di una convivialità effettiva che non dia spazio alle identità regressive e implicitamente deboli, degli autoctoni e di nuovi arrivati. Temi non semplici, da affrontare con un linguaggio nuovo, non interno al perimetro delle compatibilità imposte, e che richiedono ancor più attenzione, non certo il loro appannamento.