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di Barbara Carnevali

La Stampa, 11 febbraio 2025

Uno dei punti forti della nuova destra globale è il suo uso del mito. La capacità di creare miti e interpretare la realtà in chiave mitica accomuna tutti i suoi leader, bravissimi nel mobilitare le masse attraverso una manipolazione tanto spregiudicata quanto efficace dell’immaginario: dal “destino manifesto” evocato da Trump per giustificare l’espansionismo americano, e quindi il diritto a prendersi Panama e la Groenlandia, al supereroismo prediletto dalla retorica di Milei, passando per la conquista dello spazio capitanata da Musk, che non solo prolunga quella del West in dimensione verticale, ma aggiorna la mitologia romantica del cowboy con due ingredienti irresistibili: la magia tecnologica e la promessa di futuro.

La potenza del discorso americano poggia sulla più grande macchina mitologica della storia, Hollywood. Ma in versione più provinciale, il flirt con il mito non risparmia la destra italiana, che coltiva fantasie neomedievali già dai tempi della prima Lega e che ha nutrito i suoi desideri di rivalsa con gli hobbit di Tolkien, come ama ricordare Giorgia Meloni. Per quanto riguarda il tecnofuturismo, la destra nostrana tende a parassitare l’immaginario altrui: è l’amico americano che ci fornirà i satelliti, rianimando artificialmente lo spirito di Marinetti.

Nel suo libro “La cultura di destra”, pubblicato quarantasei anni fa, Furio Jesi analizzava il funzionamento politico dei miti definendoli “idee senza parole”. Il mito è ineffabile, si sottrae al linguaggio attraverso cui passa ogni discorso razionale (lo suggerisce il greco “logos”, che identifica parola e ragione). La narrazione costruita sul mistero deve restare tale perché non contiene fatti o ragionamenti verificabili, ma il vuoto. Su questa assenza fa presa il mito come strumento politico: permette di mobilitare le masse dominandole; eccita l’immaginazione ma inibisce l’azione, consolidando rapporti di potere gerarchici e autoritari. Quando Musk promette di condurre l’umanità su Marte per metterla in salvo dalla catastrofe ecologica, non dice che, come il dottor Stranamore con cui condivide il dispettoso braccino nazista, pensa a un’élite selezionata per censo ed eugenetica. Nell’ottica del racconto mitico, contano solo l’entusiasmo per l’impresa eroica e la delega al capo a decidere per noi.

La cultura di sinistra ha un problema strutturale con il mito, per via della matrice illuministica che la caratterizza. La ragione, per essenza, demitizza: porta la luce nelle tenebre, penetra le cortine di fumo dissolvendole con rigore scientifico. Così come la fisica e la chimica offrono una spiegazione razionale per i fenomeni naturali che sembrano soprannaturali, così la storia o l’antropologia smascherano i sortilegi sociali, mostrando come l’autorità dei condottieri leggendari abbia origine in prepotenze arbitrarie, o come i superpoteri degli eroi riposino su superiori capitali. La demistificazione ha una portata emancipatoria incontestabile: non chiede alla massa di obbedire ciecamente ai capi, ma offre a ogni essere umano ragioni confutabili per obbedire o per ribellarsi. Ma ha anche un costo pesante per la psiche: il mondo demitizzato perde l’incanto, la fiaba e la passione. Un esito possibile dell’eccesso di critica, che già denunciava Leopardi e su cui si è interrogata con timore la filosofia del Novecento, è nell’apatia o nel cinismo: accettare solo la positività dei fatti senza immaginare e desiderare più niente, perdere la speranza nel futuro.

Si delineano allora due fronti ideali: da un lato, i demistificatori a oltranza, quelli che si affannano a smentire la falsa informazione di Trump, senza capire che la loro crociata compiace solo i già illuminati, mentre gli altri continueranno a credere alle leggende perché è di queste che hanno sete; dall’altro quelli che cercano di quadrare il cerchio facendo convivere mito e ragione, mettendo l’immaginazione al potere in nome della libertà collettiva. Questa seconda via, percorsa da Georges Sorel con il mito dello sciopero generale, ed esplorata da marxisti utopisti come Bloch o Marcuse, mira a realizzarsi nell’immaginario popolare - l’autentico crogiolo del mito, che non si fabbrica nelle aule universitarie. L’ultimo, sfolgorante esempio di mitologia di sinistra è stata la cultura pop, soprattutto musicale, che ha dato voce alla protesta giovanile degli anni 60-70. Alla lugubre e bellicistica mitologia della destra ha replicato con le sue immagini di pace, amore ed uguaglianza. Immagini ingenue, va da sé, perché il mito non può che essere naïf. Ma il fatto che in molti siamo usciti dal film su Bob Dylan col morale alle stelle invita a riflettere.