di Michele Nani
Il Manifesto, 11 luglio 2026
Intorno al libro “Miseria dell’etnografia della miseria” del sociologo Loïc Wacquant, edito da Ets. Nell’ormai lontano 2002, un’importante rivista di scienze sociali, l’”American Journal of Sociology”, ospitò la più lunga recensione che avesse mai pubblicato nella sua storia. Le sessanta pagine dedicate a discutere tre ricerche etnografiche su New York e Philadelphia finirono raddoppiate in un forum, perché la redazione dovette dar spazio alle repliche piccate degli autori/trici dei volumi recensiti. Da subito molto aspra, la diatriba sarebbe proseguita per anni, non senza risvolti grotteschi.
Pietra dello scandalo, l’attacco portato dall’allora poco più che quarantenne Loïc Wacquant, sociologo di stanza a Berkeley in California, alle distorsioni scientifiche e politiche delle ricerche accademiche sulla vita sociale in strade e quartieri statunitensi.
Con un nuovo titolo ricalcato su Marx, rivista e allargata, nel 2023 la recensione è stata tradotta in francese, la lingua di Wacquant, nativo di Nîmes, fra Marsiglia e Montpellier. Proseguendo nel prezioso contributo alla circolazione di grandi opere degli studi urbani critici, grazie alla collana “Eliopolis”, diretta da Agostino Petrillo e Sonia Paone, la casa editrice Ets propone ora ai lettori italiani Miseria dell’etnografia della miseria (pp. 276, euro 25). L’interesse di questo testo, caratterizzato - come sempre in Wacquant - da una scrittura densissima e da grande profondità teorica, va oltre le polemiche interne a un piccolo sotto-settore della ricerca sociale e pone problemi che possono coinvolgere anche lettori colti ma non specialisti.
Se si dovesse tentare una temeraria semplificazione, si potrebbe riassumere il contributo scientifico di questo testo nella contrapposizione di una “costruzione densa” alla “descrizione densa” (thick description) propugnata da Clifford Geertz, uno dei grandi antropologi del Novecento, fra gli ispiratori delle etnografie al centro della polemica di Wacquant.
Fedele alla lezione dell’epistemologia storica francese, per il sociologo già allievo e collaboratore di Bourdieu, l’oggetto scientifico va costruito. La “teoria” serve a questo: a rompere con l’apparente accessibilità del “sociale” che invece caratterizza gli approcci eccessivamente legati alla dimensione empirica immediata. Non che gli agenti, le fonti, i dati, i documenti non contino: ma vanno interpretati dentro un mondo strutturato da rapporti di forza e solcato da conflitti. Occorre perciò diffidare tanto degli stereotipi prodotti dai “problemi” agitati dai media, quanto delle visioni del mondo degli agenti, per evitare di leggere moralisticamente i comportamenti e di ridurre le relazioni sociali a simboli e culture, sentimenti ed emozioni. La bussola di Wacquant è il costante sforzo di reintrodurre il dominio, i contesti più larghi e la storia nei terreni ridotti ove si indaga.
Il lavoro dello studioso è contrastare la loro sistematica rimozione, spesso inconscia perché vitale per sopravvivere, ma altrettanto spesso del tutto interessata per legittimare politiche e ideologie. Se ci si concentra solo sulle interazioni evidenti fra gli agenti e sui loro discorsi espliciti, si corre costantemente il rischio di trasformare i terreni di studio in piccoli teatri ove si recita senza il peso dello Stato e del Capitale. Con il rischio che alla fine la cultura e i valori spieghino tutto, invece di essere elementi da spiegare.
Accanto a queste critiche metodologiche, interne ai ricorrenti dibattiti delle scienze storico-sociali, Wacquant introduce anche elementi più ampi, apparentemente esterni al dibattito, ma in realtà parti integranti dei campi della produzione di “cultura” e “scienza”. L’”empirisimo morale” della ricerca sui quartieri popolari statunitensi sarebbe caratterizzato anche da un pronunciato provincialismo: i contesti sono isolati e resi assoluti, perché non sono messi a confronto con altri casi o con la loro stessa storia. Questo limite non è solo scientifico, ma rimanda al cattivo universalismo di un’”America” che si pretende misura e modello del mondo quando ne è solo una parte, certo dominante, ma altrettanto certamente eccezionale (si veda la raccolta di Bourdieu, Imperialismi, Quodlibet, qui recensito il 30 novembre 2025, ndr).
La riduzione empirista e moraleggiante della ricerca si deve alla pressione di questo pregiudizio, che porta a scindere il lavoro etnografico con gli agenti concreti dalla necessaria attenzione agli elementi strutturali. Ad esempio alle politiche pubbliche che (pre)configurano “problemi” e selezionano “gruppi”, alternando la mano sinistra dell’assistenza (condizionata) e la mano destra della violenza (poliziesca e penale). In pagine suggestive Wacquant ripercorre la genealogia dell’etnografia urbana statunitense, distinguendo tre ondate novecentesche di studi (fondazione a inizio secolo con la cosiddetta “scuola di Chicago”, poi rilanci negli anni Sessanta e Novanta), accomunate dall’essere un piccolo settore dominato nell’accademia, dagli atteggiamenti antiurbani e dalla distinzione dei poveri “meritevoli” dai devianti e criminali.
La caratteristica ossessione per la moralità viene qui ricondotta alle origini religiose della sociologia americana tutta. In questo moralismo risiede tuttavia anche la cifra della selezione editoriale dei testi da proporre, che costituisce un’ulteriore pressione esterna sull’autonomia degli intellettuali, con il mercato che si impone sul lavoro di ricerca.
A studiosi e studenti, Wacquant offre una piccola cassetta degli attrezzi, suggerimenti pratici per evitare i “paralogismi” di queste etnografie (interazione, empirismo, populismo, presentismo, interpretazione): ad esempio (ri)costruire l’oggetto, rompere con il senso comune, formulare esplicitamente ipotesi e identificare meccanismi. A fronte degli esempi criticati, si riportano anche casi felici: fra i molti elencati, le ricerche di Annick Prieur sui travestiti di Città del Messico, quelle di Oliver Schwartz sulla vita familiare dei minatori del Nord francese e l’esperienza dei “microstorici” italiani.
Miseria dell’etnografia della miseria invita a una doppia radicalità, scientifica e politica. Portare “Bachelard nel ghetto”, come in conclusione Wacquant sintetizza la propria operazione, allude anche al piacere della ricerca. Che può darsi, ed essere efficace, solo se rimanda a un soggetto collettivo: oltre l’altra miseria, quella dell’individualismo e della concorrenza, del lavorare in fretta e male, imposti a ricercatori e ricercatrici a forza di tagli ai finanziamenti, di controllo politico e negazione dell’autogoverno, di precariato interminabile, di ricerche a progetto e di “valutazioni”.









