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di Giuliana Vitali*

The Post Internazionale, 3 novembre 2023

Prima c’erano i manicomi criminali. Poi sono venuti gli Opg. Oggi chi commette un reato e soffre di disturbi mentali finisce nelle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza. Siamo stati nella struttura di Rieti. Ecco cosa abbiamo visto.

Mentre percorro le vie tortuose di Rieti diretta verso la nuova Rems, le cime innevate del Monte Terminillo appaiono come sospese sopra uno spesso muro di nebbia. Avevo letto che da qualche parte, tra le sue rocce calcaree, è conficcata la leggendaria spada medioevale che i cinque templari perseguitati e perciò in fuga lasciarono lì, proprio al termine del Regno delle due Sicilie, prima di abbandonare le loro vesti metalliche, per salvarsi e confondersi tra la gente degli altri quattro regni vicini.

Arrivo nella parte alta di Rieti, nel piazzale circondato dalla vegetazione disordinata, e dove campeggia la struttura di cemento rosa della Rems illuminata dal forte sole, attorniata da sbarre e lastre scure. Si sviluppa su due piani e solo quello più alto ha le sbarre alle finestre. Appena oltrepassato l’ingresso mi accoglie un uomo seduto alla guardianìa. Avevo già letto il regolamento della struttura e poso nella cassetta di sicurezza solo la borsa; non ho anelli, bracciali, orecchini pendenti, collane oppure oggetti taglienti. L’uomo, dal fare amichevole, mi fa apporre una firma su un foglio per le entrate giornaliere e indossare un bracciale elettronico antiaggressione. Ecco che mi raggiungono la direttrice Daniela Gioia e Giulia Listanti, entrambe psichiatre operative dell’istituto.

Ci eravamo già conosciute telefonicamente in un colloquio preliminare. All’ingresso Mentre oltrepassiamo il metal detector domando se altri giornalisti, scrittori hanno già raccontato della nuova Rems. “Purtroppo no. Una sola volta hanno parlato a Radio Radicale di quelle della Asl di Roma 5”, risponde la dottoressa Gioia. “So che questa è la tua prima volta in uno spazio di detenzione e oltretutto in ambito psichiatrico... È una realtà ancora più complessa. Come mai hai scelto proprio noi?”, continua. Intanto ci accomodiamo al tavolo di una spaziosa sala riunioni con una finestra mezza aperta e che affaccia sul campo da sport dove giocano i pazienti. “Mi piacerebbe capire quali passi avanti sono stati fatti dopo la chiusura degli Opg (Ospedali Psichiatrici Giudiziari, ndr) e la vostra struttura è stata aperta appena nel 2021”, faccio, guardando i volti delle giovani operatrici, gli occhi che mi accolgono in modo dolce.

Ci raggiunge adesso il direttore del Dipartimento Tutela e Promozione Salute Mentale Simone De Persis, psichiatra anche lui e primario inoltre del Serd (Dipendenze e Alcool), con le dottoresse, con un lungo camice bianco, Ursula Gennaioli, tecnico della riabilitazione psichiatrica, Stefania Reali, assistente sociale e Marco, infermiere. “Dottoressa Listanti, credo che sia bello iniziare questo nostro dialogo con te che sei di ritorno dal Congresso dell’Epa (associazione psichiatrica europea, ndr) a Parigi...”, propone De Persis mentre un pallone rosso colpisce di striscio il vetro antisfondamento della finestra, per un attimo intravedo gli occhi scuri di un ragazzo che ci osserva curioso prima di raccogliere la palla. “Ho pensato che portare lì il progetto italiano Rems sarebbe stato forse interessante. In altri Paesi non esistono modelli detentivi come il nostro...”, ci racconta.

“E come hanno reagito?”, le domando. “Molti psichiatri di varie nazionalità, come gli stessi francesi o tedeschi per esempio, si avvicinavano per saperne di più, erano incuriositi e ci siamo confrontati anche su alcune criticità del sistema stesso. Pensiamo alle lunghe liste d’attesa per poter entrare nella struttura. I posti sono limitati, qui ne abbiamo 15... Dove vanno intanto i pazienti? Restano nelle carceri? Come sono assistiti?”. Il direttore interviene: “Oppure l’accettazione nella struttura di un paziente che abbia determinate patologie psichiatriche. Non possiamo mettere sullo stesso livello chi per esempio fa uso di sostanze stupefacenti. Non sono adatti ai percorsi di reinserimento che attuiamo qui”.

“Ecco, in cosa consistono le terapie per i pazienti?”, chiedo. “Ognuno ha un percorso diverso, individuale. Non tutti di certo sono uguali. Il nostro scopo non è il contenimento della persona giudicata socialmente pericolosa ma la loro conquista a essere autonomi, responsabili, attivi sia fisicamente che psicologicamente...”. “E cosa rende un individuo con disagi psichiatrici socialmente pericoloso?”, chiedo. “Il confine è così labile... Nemmeno noi psichiatri possiamo dare una risposta. E tutto ciò che possiamo sapere di un paziente è conseguenza di un lavoro sul campo e nel tempo. Le Rems inoltre hanno il carattere di transitorietà ed è necessario stabilire un percorso per i pazienti anche dopo, attraverso servizi territoriali che funzionino”.

Domando poi quali attività sono state pensate per i ragazzi, hanno tra i venti e i quarant’anni, dal punto di vista formativo, culturale, creativo. Le dottoresse, a turno, mi parlano di laboratori teatrali, corsi di italiano per stranieri, di inglese e c’è anche chi ha deciso di diplomarsi o laurearsi. Uno di loro per esempio vorrebbe terminare gli studi per laurearsi in Geologia. Gli manca un solo esame e la tesi.

“Anche lo sport è fondamentale. Abbiamo iniziato con loro il progetto terapeutico- riabilitativo di rugby integrato, con regole particolari, s’intende. Per esempio non è permesso lo scontro fisico”, interviene la dottoressa Gioia. “Per noi un loro piccolo progresso, anche fumare una sigaretta in meno al giorno, è una grande conquista. Può sembrare banale ma è un duro lavoro”. Chiedo ancora se le famiglie o gli affetti in genere dei ragazzi sono presenti nelle loro vite all’interno della Rems. La dottoressa Reali mi dice che spesso vengono a trovarli e che sono preparati anche dagli stessi operatori sanitari affinché possano avere cura del ragazzo una volta tornato a casa. Vorrei dare parola a Mario, l’infermiere.

Mi dicono subito che la sua figura è quella più importante perché segue i ragazzi tutto il giorno e ha perciò la possibilità di raccontare molti particolari sulla loro individualità e carattere che sarebbero stati più difficili osservare dai medici in tempi più ridotti. Hanno anche una capacità da mediatori poiché potrebbero capitare discussioni o litigi nei momenti di aggregazione.

Gli chiedo come si svolge la giornata. “Noi siamo operativi dalle 7 del mattino. C’è una prima sveglia per i pazienti alle 8.00 e al massimo l’ultima alle 9.30. Dopo c’è la somministrazione della terapia e poi la colazione.

Alle 10.30 c’è il secondo caffè, l’unico caffeinato e perciò atteso tanto dai ragazzi! Poi ci sono le attività delle terapiste, che variano ogni giorno. Poi andiamo nella sala ricreativa e anche noi giochiamo con loro a biliardino, a ping pong. Poi ci avviamo al pranzo con la seconda somministrazione della terapia e subito dopo ci aiutano a sistemare la sala mensa, sono molto collaborativi egli piace rendersi utili. Poi c’è un po’ di riposo e li svegliamo intorno alle 16.15 per la merenda. Vediamo insieme un film, guardiamo una partita in tv”.

“Una figura quasi amichevole la tua, sempre con dei limiti s’intende”, gli faccio. De Persis interviene: “A differenza di altri ambiti della medicina noi siamo tirati in ballo anche dal punto di vista umano e personale. Bisogna saper gestire la propria emotività e fare i conti con la rabbia, l’aggressività, l’imprevedibilità o la paura. È importante avere dimestichezza con la propria sensibilità e questo non si acquisisce durante una formazione professionale. Le relazioni con i pazienti ti mettono ogni giorno davanti alla conoscenza di te stesso, nel profondo”. “Forse potrebbe anche mettere in discussione se stessi, sulle scelte prese con i pazienti in una particolare situazione”, dico. “Infatti molti tendono a scappare, proprio per la complessità che porta questo lavoro al di là di protocolli o tecnicismi”.

Decidiamo di muoverci, di vedere gli spazi dell’istituto. Le dottoresse Gennaioli e Listanti mi fanno strada negli spazi del piano terra dell’edificio, dove ci sono le sale per i colloqui con i familiari, le stanze per la riabilitazione, per gli incontri con gli avvocati, la cucina, gli spogliatoi. Gli infissi delle finestre non hanno maniglie, possono essere aperte solo tramite una chiave a disposizione degli operatori sanitari; le scrivanie, gli arredi sono saldati al pavimento. Nella sala ricreativa c’è una pila di giochi di società coperti da un telo bianco, una televisione fissata alla parte alta della parete, un foglio attaccato al muro, scritto a mano, con la richiesta di alcuni film; un paio di zone per fumatori, un divano dove un ragazzo pare che dorma. Listanti si avvicina e sedendosi accanto a lui gli parla a voce bassa accarezzandogli la schiena.

Nella stanza adiacente al campo sportivo, incontro altri detenuti che giocano a ping pong: “Dottore! Venti a tre per me!”, esclama un ragazzo alto, muscoloso, con i tatuaggi che gli riempiono il collo. Gennaioli gli sorride, ha gli occhi grandi e luminosi sul viso magro. Sull’uscio che porta al campo fuori, ci sono due vigilantes che mi lasciano passare. Un uomo, forse il più anziano del gruppo, con sguardo serio, cammina a passo svelto, fa sempre su e giù per il campo con la testa a uncino. Altri mi salutano, sembra esserci il vuoto nei loro occhi oppure pensieri che corrono veloci, indossano pantofole di gomma, e i movimenti dei loro corpi sono lenti. “Avete in mente nuovi progetti?”, mi rivolgo a Listanti.

“Vorremmo cercare di portare i ragazzi fuori più spesso con l’escursionismo per esempio...”, risponde. Intanto Gennaioli viene presa in disparte da uno dei ragazzi che ha iniziato a raccontarle qualcosa. Adesso ci spostiamo al piano di sopra della struttura dove ci sono le camere da letto. Mi dicono che questi ambienti, a differenza degli altri, non sono videosorvegliati per privacy. Enormi stanze, la luce che viene da fuori è accecante e risalta l’essenzialità dell’arredamento. Qui le finestre hanno anche le sbarre, nessuna anta agli armadi, i letti fissati al pavimento, le docce non hanno il vetro intorno e il soffione senza tubo è attaccato al soffitto, il gabinetto non ha la tavoletta. Mi dicono che è per la loro sicurezza. Stanno ridipingendo le pareti.

Gennaioli mi dice che prima era un istituto femminile e avevano dipinto tutto di rosa e adesso invece di azzurro. Domando se hanno pensato a rendere la Rems mista. Mi dicono che sono quasi certe che non esistano luoghi di detenzione misti e che forse la gestione potrebbe essere complicata. “Come affrontate il tema della sessualità con i detenuti?”, faccio, mentre siamo nel corridoio, le porte delle camere sono spalancate, mi informano che non vengono mai chiuse. “Eh, come in un carcere...”, risponde Gennaioli con voce incerta.

“Anche se qui è più facile ottenere permessi per uscire e magari incontrare i propri affetti”, interviene Listanti. Ritorniamo al piano di sotto raggiungendo De Persis e Gioia, che intanto hanno accolto la dottoressa Anna Petti, direttrice della Asl di Rieti. Lei ci teneva a capire il motivo della mia curiosità, la volontà di conoscere la realtà della Rems. I loro volti sembrano come sorpresi davanti all’interesse verso il loro lavoro, i tanti progetti e attività riabilitative.

Mi chiedono se da questa mattinata insieme mi fossi aspettato qualcosa di diverso, se immaginavo un’altra realtà. Dico, appena prima di ritornare al metal detector d’uscita, che era quello che avrei voluto mi raccontassero. Certo, mi porterò nella testa ancora alcune perplessità, contraddizioni delle quali non so se sarò mai in grado di venirne a capo. Forse perché rifiuto l’idea dei confini, dei muri, di libertà negate, di qualsiasi sistema coercitivo. Abbiamo abolito i manicomi, gli Opg e ci sarà un tempo prossimo anche per il superamento delle Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza. Caccio la borsa dalla cassetta, restituisco il bracciale e riparto verso Roma scendendo dalla piccola altura.

Adesso le cime, i fianchi del monte Terminillo, sembrano più imponenti contrastando il cielo azzurro, l’aria tersa. E chissà se davvero esiste quella spada - adesso sarebbe nascosta nella neve - e se i cinque cavalieri erranti si siano incontrati ancora. La loro promessa era di ritrovarsi in quel luogo, davanti alla stessa roccia, una volta riconquistata la loro innata condizione di uomini liberi.

*Questo articolo è tratto dal prossimo volume della rivista letteraria “Achab”, dal titolo “Gli occhi di Argo sul carcere”, in uscita a novembre con la casa editrice “Ad Est dell’Equatore”