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di Anna Paola Lacatena

L’Osservatore Romano, 1 novembre 2026

La salute delle donne in carcere: è questo il tema al centro di una recente ricerca condotta nelle sezioni femminili delle carceri pugliesi. Ce la illustra la curatrice del volume “Donne che contano i giorni” (Altrimedia edizioni, Matera, 2026) nel quale sono presentati i risultati dello studio. “Come stai?”. È la formula di cortesia più utilizzata per avviare una conversazione, a cui spesso si risponde con uno sbrigativo ed elusivo “Bene!”. La ricerca “Il corpo della donna e il carcere”, condotta da un’équipe del Dipartimento dipendenze patologiche dell’azienda sanitaria locale di Taranto, ha posto la domanda a 64 donne ristrette presso le case circondariali di Taranto e Lecce e presso la casa di reclusione di Trani. Gli operatori coinvolti nello studio hanno atteso le risposte senza distogliere lo sguardo, certi che “Bene!” nel contesto della detenzione sarebbe stato piuttosto inverosimile.

Chi è la donna prima che la detenuta, come cambia il suo corpo - e inevitabilmente anche la sua mente - dal momento in cui entra in un’istituzione totalizzante come il carcere? In che maniera il carcere logora abilità e capacità femminili, minando resilienza e coping? Sono solo alcune delle domande alle quali si è cercato di trovare delle risposte. Improbabile possa stare bene un corpo costretto, isolato, immobilizzato, lontano dai propri affetti. Non stanno bene le donne detenute che hanno risposto al questionario e partecipato ai focus group.

Tra quante ammettono uno stato di salute scarso o grave: l’85% ritiene che il proprio corpo sia cambiato dall’inizio dell’attuale detenzione e la maggior parte dei disturbi è legata a variazione di peso, ciclo irregolare, disturbi del sonno e problemi dell’apparato gastrointestinale. Circa il 23% delle detenute, inoltre, ha ammesso di avere avuto una o più esperienze traumatiche legate alla sfera della sessualità.

Il 95% dichiara di sentirsi talvolta triste, il 65% di percepirsi depressa. Il 25% si è deliberatamente fatta del male durante la detenzione, il 60% dichiara di non piacersi fisicamente, il 70% di avere malattie diagnosticate e di queste il 43% puntualizza che tali patologie limitano le attività quotidiane. Alla domanda “Cosa pensi che manchi di più al tuo corpo oggi?”, la risposta maggioritaria è stata il contatto fisico con i familiari e l’attività sportiva (spesso correlata all’esigenza di spazio e luce naturale). Si osserva che tale gerarchia di preferenza si osserva in generale, ma anche in ciascuno delle tre carceri considerate. Se la salute delle donne detenute in carcere non è particolarmente buona, quella delle donne consumatrici/dipendenti da sostanze (legali e illegali) è certamente peggiore.

Queste sono oggetto di una duplice costrizione (stato di reclusione e interruzione dell’assunzione di sostanze) con uno stigma intersezionale decisamente più pesante. Gli operatori impegnati nello studio non si sono fermati alle percentuali deducibili dalle risposte, ma hanno avviato il progetto Vis a vis. Promozione e prevenzione integrata della salute nella popolazione femminile detenuta, a partire dalla sezione femminile di Taranto, fiduciosi che lo stesso possa trovare continuità anche in altre realtà.

L’iniziativa ha offerto alle ospiti della sezione femminile interventi di promozione della salute correlati ai corretti stili di vita, alla prevenzione dell’uso di sostanze legali e illegali, ai comportamenti a rischio, alle patologie croniche non trasmissibili, infettive, oncologiche. Al mese di luglio 2026, delle 46 detenute presenti all’avvio del progetto, il 25% ha partecipato agli incontri di promozione della salute e oltre il 50% ha aderito alle prestazioni sanitarie proposte (il 60% delle detenute ha effettuato vaccinazione anti-hpv e il 55% ha aderito allo screening della cervice uterina); la positività a Pap-test/hpv dna test è risultata pari al 14%, dato superiore rispetto alla media della Asl Taranto (7%), con presa in carico per i successivi livelli diagnostico-terapeutici della struttura complessa di Ginecologia e Ostetricia del Presidio ospedaliero centrale di Taranto. Se dopo lo studio e l’avvio della susseguente iniziativa, alla domanda “Come stai?” oggi anche una sola donna detenuta rispondesse “Meglio” i giorni da contare sarebbero gli stessi, ma non così il tormento della pena.