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di Giulia Merlo

Il Domani, 23 agosto 2026

Le correnti storiche sono schierate, a guastare la festa c’è l’ex Mi ed ex politico del caso Palamara. Caccia ai seggi proporzionali grazie al gioco degli apparentamenti. Il Consiglio superiore della magistratura è un organo diabolicamente complesso, non solo quando opera ma soprattutto quando viene composto e, per orientarsi, serve una bussola con più lancette. Per prima cosa bisogna inquadrare il momento. Mancano due mesi al voto - il 25 e 26 ottobre - e l’elenco di tutti i candidati per collegio è stato reso pubblico il 6 agosto sul sito del Csm. Ora la data cerchiata in rosso è quella del 24 settembre, termine ultimo per dichiarare gli apparentamenti.

Ovvero quale candidato corre con chi. Con un dettaglio dirimente: per i gruppi associati significa semplicemente confermare i componenti da loro scelti per ogni collegio, mentre per i cosiddetti “indipendenti” è il momento della verità. L’apparentamento, infatti, prevede che i voti degli “apparentati” si sommino al fine di determinare a chi spettano i seggi che vengono distribuiti con meccanismo proporzionale. La legge elettorale Cartabia, infatti, prevede un meccanismo peculiare: sette collegi (quattro di merito e due dei pm su base territoriale; uno di Cassazione su base nazionale) che eleggono con sistema maggioritario 15 candidati, i restanti cinque posti sono assegnati con quota proporzionale, calcolata su base nazionale.

Rompicapo Csm: andare in vacanza diventa un lavoro Ferri l’indipendente Capito il meccanismo, si mette a fuoco quanto sia scivoloso il concetto di indipendente. In questa fase di studio reciproco, nessuno parla in chiaro. A microfoni spenti, invece, le dinamiche e gli scontri interni emergono in modo palese. “Indipendente è un’etichetta che piace, ma è divertente notare come serva a colorare molte cose, anche molto diverse tra loro”, spiega un esponente di peso di un gruppo associativo. Per esempio, se il requisito di indipendenza si traduce in una candidatura al di fuori delle correnti, il nome più indipendente di tutti è quello di Cosimo Ferri, che delle correnti ha fatto parte e ora gioca in solitaria.

Ex capocorrente dei conservatori di Magistratura indipendente, ex sottosegretario alla Giustizia e deputato, ex partecipante al dopocena dell’Hotel Champagne, già membro del Csm e già anche componente del Consiglio di presidenza della Giustizia tributaria, Ferri ora punta a tornare in Consiglio. “E forse, per paradosso, la sua è davvero la candidatura più indipendente di tutte, ma getta un’ombra particolare sul concetto stesso di indipendenza visto ciò che è stato il caso Palamara”, è l’analisi della stessa fonte.

Certo è che la sua discesa in campo ha terremotato la campagna elettorale prima ancora che sia entrata nel vivo. Il suo è un nome ingombrante che riporta alla mente il caso Palamara ma - per quelli con la memoria più lunga - anche la sua grande capacità di catalizzare voti. Per questo la sua candidatura da indipendente significa una spina nel fianco per Mi, che rischia di perdere consensi. Pochi o tanti, lo diranno le urne. Certo è che quella di Ferri è la mente politica di chi si intende di leggi elettorali, intorno al suo progetto “apparenterà” quattro candidati (due ex Mi come Annarita Donofrio e Vincenzo Depalma, oltre a Elisabetta Scolozzi e Giacomo Gasparini) e le porte non sono chiuse: “Siamo aperti con tutti e si lavora sui temi”, ha detto a Domani.

E se altri candidati volessero unirsi, la porta è aperta fino al 24 settembre. Obiettivo: vincere nei collegi con il maggioritario, ma anche partecipare alla roulette dei resti proporzionali e ottenere qualcuno dei cinque in palio. I suoi antagonisti, e sono molti, considerano la sua una candidatura se non illegittima quantomeno evocatrice di quella stagione oscura e da rimuovere che è stato il caso Palamara. Insomma un modo per riportare al Csm un metodo di fare politica giudiziaria, che ha sempre avuto una vicinanza specifica con il mondo della politica.

Tanto che gli viene attribuita la funzione di catalizzatore per i voti di tutta quella parte della magistratura che al referendum ha silenziosamente votato Sì, nonostante Ferri non si sia mai pubblicamente esposto in favore della separazione delle carriere. Numerosa o meno che sia, quella referendaria è comunque una delle faglie interne che si riverbereranno nella contesa elettorale. Interpellato, il diretto interessato non si nasconde: “La mia è una presenza nello spirito della legge, che incentiva proprio le candidature autonome e trasversali, sopra le correnti”.

A riprova di questo, sottolinea il fatto che non ci siano apparentamenti con candidati nel collegio di legittimità (l’unico su base nazionale) né in quelli dei pm. Domanda ovvia, quale è il suo progetto per il futuro Csm? “Un consiglio più moderno e attento alle problematiche dei giovani magistrati. Sono cambiati i tempi e le esigenze”. No alla restaurazione, l’effetto Cosimo Ferri sulle elezioni del Csm Obiettivo giovani Ecco dunque il vero obiettivo trasversale a tutte le correnti: i giovani magistrati, entrati in quasi tremila unità negli ultimi quattro anni grazie ai concorsi banditi dal ministero per coprire i vuoti di organico.

Un popolo di magistrati che hanno l’elettorato attivo perché votano, ma non quello passivo perché per candidarsi al Csm serve la terza valutazione di professionalità, quindi 12 anni di ruolo. Questo è il serbatoio di voti a cui tutti puntano, con strategie diverse. Se sul fronte conservatore la novità è il ritorno di Ferri, su quello progressista è l’apparentamento dei tre candidati di Magistratura democratica con cinque candidati della rete Autogoverno diffuso che si rifanno all’esperienza consiliare del togato Roberto Fontana, espressione di assemblee territoriali in particolare del nord Italia e soprattutto del distretto di Milano.

Tutti nomi dall’alto standing nei rispettivi uffici ma che non provengono da un percorso di corrente. I critici rispetto a questa mossa la bollano come un maquillage del gruppo progressista per darsi quello che viene definito “un tocco di populismo” anche a costo di perdere in parte la loro natura. I diretti interessati negano e anzi pongono la questione su tutt’altro binario. L’affiancamento di Md con esperienze territoriali non è una novità ma è cominciato nel 2021 - anno della rottura del cartello con Area - e ha già avuto successo nelle elezioni dell’Anm e locali.

Inoltre tra i candidati di Md e quelli territoriali c’è convergenza sul programma, dunque viene rivendicata una comune posizione su tutti i temi cruciali, come la battaglia per modificare il testo unico sulle nomine. Nessun maquillage, quindi, ma “un modo per rappresentare le istanze territoriali che si sono strutturate in questi anni e per parlare soprattutto ai giovani magistrati”, viene spiegato. I quali hanno bisogno di rappresentanza ma non hanno il bagaglio ideologico della corrente. Grazie al Pnrr, scoppia la pace tra Csm e ministero della Giustizia I pronostici Le pedine, dunque, ora sono sulla scacchiera e manca solo l’appalesarsi degli apparentamenti. La campagna elettorale, però, è già cominciata sotto traccia e i pronostici si sprecano.

Sul fronte progressista, l’attesa è che proprio l’esperimento di Md possa dare buoni risultati, anche se Area - il gruppo che ha più catalizzato il voto progressista e quello con un radicamento più omogeneo sul territorio - ha scelto di correre con candidature forti ed espressione della propria dirigenza, dunque già con un buon bagaglio di riconoscibilità tra gli elettori. Più difficile da leggere è quel che accadrà sul fronte conservatore: Magistratura indipendente ha certamente accusato la candidatura di Ferri e il gruppo sta vivendo un tumulto interno, tuttavia gli stessi avversari non hanno molti dubbi sul fatto che la storica corrente moderata continui a incassare voti. Rimane Unicost, il gruppo centrista che ha dato buona prova di sé nel consiglio uscente e non è rimasto schiacciato tra i due poli, così anche in questa campagna punta a porsi come alternativa credibile.

La cartina al tornasole sarà il collegio di legittimità, i cui candidati verranno votati da tutto il corpo elettorale, quasi 10mila teste. Per venire eletti si calcola che servano circa 1300 voti e si gioca la partita più tesa: i candidati sono tutti profili stimati e riconoscibili, ma con alcune sovrapposizioni. Sul fronte progressista, la candidata di Area Egle Pilla potrebbe perdere consensi in favore di Giovanni Nardecchia, il candidato della rete Autogoverno diffuso sostenuto da Md. Su quello conservatore, l’ex segretario dell’Anm Salvatore Casciaro che corre per Mi potrebbe venire insidiato da Luisa De Renzis, espressione del mondo cattolico. Nel mezzo c’è Elisabetta Ceniccola, procuratrice generale di Unicost molto stimata internamente. I posti sono due, gli equilibri instabili e il sistema elettorale alimenta l’incertezza.