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di Conchita Sannino

La Repubblica, 21 ottobre 2022

Se non è una partenza col piede storto, poco ci manca. “Cominciamo bene”, è il messaggio più lieve. Si infiammano le chat dei magistrati di fronte ai resoconti sull’incontro ufficiale tra Carlo Nordio e Silvio Berlusconi di quarantotto ore fa. Ma la questione va ben oltre la eventuale levata di scudi di questa o quella corrente dei magistrati, per ora ufficialmente silenti.

Da un lato il ministro della Giustizia in pectore che bussa direttamente a Villa Grande, dall’altro il leader-imputato per eccellenza che teme una condanna nel suo processo a Milano, e vuole demolire la legge Severino. Il fondatore di Forza Italia continua a insistere per ottenere la casella di via Arenula, Giorgia Meloni da settimane respinge gli assalti, non vuole cedere quel terreno che riporterebbe la lancetta indietro di venti anni. La leader di Fratelli d’Italia non può permettersi una falla sulla Giustizia, concedere all’alleato una o un fedelissimo che risponda direttamente a lui, significherebbe consegnarsi a conflitti e anomalie incendarie, oltre che negare clamorosamente quel principio di “governo di alto profilo” a cui la quasi premier ha deciso di tener fede.

Così per sciogliere il braccio di ferro, Nordio decide per due cedimenti: incontrare il suo avversario, e non in una sede istituzionale. L’ex magistrato prende la strada di Villa Grande. Meloni ne è sicuramente informata: non compare, non interviene, ma non stoppa quell’irrituale dialogo privilegiato. Gioca a favore della singolare mossa, il fatto che tutti i riflettori siano puntati sull’altro B.: quello che nel frattempo, in voce, attraverso gli audio dello scandalo, ormai straparla di guerra, solidarizza con Putin, accusa Zelensky e gli ucraini, getta il Paese nel tritarcane. Fuori c’è la tempesta. Dentro, il rendez-vous tra il neodeputato nonché papabile Ministro e il leader sotto accusa - che a Milano risponde dell’accusa di aver corrotto le ragazze testimoni di giustizia. Così il fatto non oltrepassa le poche righe di aggiornamento nel flusso dello sconcerto internazionale e della precocissima crisi della neo maggioranza.

“Con Berlusconi c’è stato un incontro cordiale”, confermerà Nordio, all’uscita dalla residenza berlusconiana, aggiungendo “Credo condivida le mie idee”. Il riferimento è all’abolizione della legge Severino? Quindi, alla norma incubo per Berlusconi, che già una volta lo ha espulso dal Senato, perché scatta come una scure sui deputati e senatori che siano stati condannati in via definitiva. Non si sa. L’ex magistrato si è espresso già contro quelle norme in passato, in questo è molto distante dalla posizione di Meloni che invece nello scorso referendum si era posta contro la richiesta di abolire quelle severe restrizioni. Ma Nordio, a scanso di equivoci, comunica ora che le emergenze per il prossimo governo saranno ben altre. Già a Repubblica l’ex pm veneziano, ad agosto, aveva sottolineato: “La legge Severino per ora può restare dov’è”. Per ora. Ed è quindi del timing che hanno parlato lui e Berlusconi a tavola? Quando dovrebbe o potrebbe cadere, quella norma: magari in relazione agli anni che impiegherà il processo milanese del Ruby Ter per arrivare a sentenza definitiva?

Nordio sorride, comunque, dopo il pranzo con Silvio. Si dice “pronto” a fare il Ministro della Giustizia. Scelta evidentemente maturata in seguito alle interviste estive, in cui da candidato alla Camera, si diceva interessato solo “alla Commissione Giustizia”

“Cominciamo bene”, battono le tastiere dei magistrati nelle chat. Ma l’ex toga che si appresterebbe a diventare Guardasigilli non dovrebbe incarnare, oltre all’autonomia e all’indipendenza della magistratura, anche l’uguaglianza dei cittadini (compresi quelli mandati sul banco degli accusati) di fronte alla legge? E la sorpresa è che a stupirsi di un tale vis-à-vis non sono solo le cosiddette toghe rosse, i giudici progressisti di Area o di Md, ma anche autorevoli nomi di area di centrodestra, distanti però dall’agone politico.

Un procuratore mette in fila: “Il quasi ministro incontra il politico mandato a processo per un reato contro l’amministrazione della giustizia, per cercare il suo assenso: premessa illuminante”. Un giudice: “Bella partenza come senso istituzionale”. Un pm: “Sapete il nostro futuro ministro su quali promesse si è impegnato?”. E ancora: “Non l’hanno nemmeno nascosto: tutto alla luce del giorno, e neanche le opposizioni sono sorprese. Incredibile”. O anche: “Ricordo che sei consiglieri del Consiglio Superiore dovettero dare le dimissioni per essersi incontrati con dei politici, per la nomina di un procuratore”, è il riferimento netto agli accordi dell’hotel Champagne, scena ormai iconica del disastro Palamara. Se la linea Meloni era improntata a maggior fermezza e sventolata “certezza della pena”, il pranzo Nordio-Berlusconi turba parecchio la narrazione. E la scelta di quel frugale tête-à-tête pesa come una sgrammaticatura non di poco conto.