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di Riccardo Noury

Corriere della Sera, 2 giugno 2022

Il 30 maggio un gruppo di esperti, nominato dalle Nazioni Unite un anno fa, ha reso pubblico un rapporto che potrebbe avviare il percorso verso la stesura e la successiva adozione di un trattato internazionale sul commercio di strumenti di tortura, a oggi completamente privo di regolamentazione.

La situazione è paradossale: la tortura è stata messa al bando decenni fa, dall’apposita convenzione del 1984, eppure non c’è alcun accordo internazionale che vieti il commercio di strumenti che servono esattamente a torturare: manganelli acuminati, cinture elettriche, ceppi e altro ancora. Le aziende produttrici, come quelle cinesi, continuano a fare affari attraverso dolori e sofferenze inimmaginabili. Il gruppo di esperti propone dunque l’adozione di standard internazionali che vietino la produzione e il commercio di strumenti di tortura quale “misura preventiva per impedire violazioni dei diritti umani”.

Ancora più apprezzabile è la raccomandazione del gruppo di esperti di applicare controlli sui prodotti destinati alle forze di sicurezza “laddove vi siano ragionevoli motivi per credere” che saranno usati per torturare. Questi controlli potrebbero estendersi dunque anche a prodotti - come gas lacrimogeni, proiettili di gomma, manette e manganelli - destinati a corpi dello stato noti per violare i diritti umani. In Europa siamo già abbastanza avanti. È giunto il momento che le Nazioni Unite adottino un Trattato su un commercio libero dalla tortura.