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di Martina Toppi

La Provincia di Como, 22 settembre 2026

Un’esperienza aperta a tutti i cittadini, per riflettere insieme ai detenuti sul significato del lavoro. Il minuto mantenimento è l’insieme di quei piccoli lavori di riparazione utili a prolungare la vita di un oggetto di uso quotidiano. Lavori che, in carcere, dove gli oggetti sono pochi e il tempo li usura con costanza inesorabile, il minuto mantenimento è anche uno spazio di dignità. L’oggetto di cui si chiede di aver cura nel workshop “Minuto mantenimento” alla casa circondariale Il Bassone - un progetto della Fondazione Como Arte Ets sostenuto dal Comune, dalla Regione, dalla Fondazione provinciale della Comunità Comasca e da Soroptimist - è la tuta del mestiere di vivere.

Una tuta disegnata su un foglio bianco, da personalizzare passo a passo, ma che di primo impatto assomiglia alle tute degli astronauti della Nasa negli anni 70. Un’impressione non casuale, dal momento che, spiegano gli organizzatori, “rivestite delle storie dei partecipanti le tute raccontano non di un allunaggio, ma di un atterraggio in un nuovo pianeta in cui per sentirsi a casa ovunque occorre equipaggarsi”.

Accompagnati dai detenuti che hanno preso parte al progetto, lungo un anno e che ha coinvolto 15 persone di tutte e tre le sezioni del carcere, uomini, donne e persone trans, i partecipanti attraversano un corridoio in cui dal soffitto pendono strisce di tessuto, in quello che sembra l’atterraggio in un posto sconosciuto. Su ciascuna delle strisce compare una parola o un’espressione: rancore, rivoluzione sferica, rialzarsi sempre, profumo di donna, rosso. Sono solo alcune delle idee e sensazioni sperimentate dai quindici detenuti che per un anno hanno riflettuto sul tema del lavoro: come ci definisce, come ci ingabbia, ma anche come ci permette di esprimerci e a volte persino come ci salva e ci unisce.

Domande a cui viene chiesto ai partecipanti di rispondere disegnando. Ma il laboratorio, ideato da un’artista, Marzia Migliora, e da una filosofa, Elisa Fulco, ha visto come primi partecipanti attivi proprio loro, i detenuti. Anche loro hanno risposto a quelle stesse domande che a metà settembre sono state poste a un gruppo di “sperimentatori” del progetto, composto dalle autorità in rappresentanza del Comune, della Regione e della Questura, e dai giornalisti.

Domande semplici, come “che mestiere volevi fare da piccolo?” e altre che costringono a sforzi di introspezione più complessi, come “C’è un oggetto che ti ha aiutato nei momenti difficili?” o ancora “Come immagini una tuta per il mestiere di vivere?”. Nove quesiti in totale, penne, pastelli e pennarelli per rispondere. Vale tutto: scrivere, disegnare oppure limitarsi a colorare. Un modello di workshop già sperimentato da Fulco e Migliora con il gruppo interdistrettuale dell’Esecuzione penale esterna di Palermo, che ha riunito persone con sanzioni penali e misure alternative da scontare fuori da un carcere. Un gruppo eterogeneo, al pari di quello che ha partecipato al progetto al Bassone, su cui però il tema del lavoro ha funzionato da collante, proprio come è avvenuto nella prima messa in pratica con il pubblico del workshop, tra politici e giornalisti.

Disegnando la propria tuta, le persone finiscono per raccontarsi. E così mentre un detenuto rivela di aver sempre desiderato di fare il meccanico e di averlo effettivamente fatto, un’altra rivela di aver sognato di diventare una veterinaria ma di aver svolto intanto ogni genere di mestiere, dalla lavapiatti alla barista, cercando via via di realizzare il proprio sogno. Che è la stessa parabola emersa dalle tute del gruppo di autorità e giornalisti. “È la capacità dell’arte di leggere la complessità e di creare alleanze e strategie intersettoriali” spiega Fulco nel libretto di presentazione del progetto consegnato a tutti i partecipanti.

Sul libretto compaiono anche le tute realizzate dai detenuti: su una nulla più di un rosario, che spunta da una tasca, un’altra invece è ricca di parole, forme, disegni e sul retro ha persino un paio di ali. La stessa differenza che emerge, durante il workshop: vite ricche di esperienze e delusioni miste a soddisfazioni, altre invece più lineari ma non per questo emotivamente meno profonde. Disegnando, una dei detenuti, fa notare che sulla tuta del vivere non ci sono solo gli errori commessi, mentre un’altra rivela come il “minuto mantenimento” sia diventato per il gruppo un momento per emergere dal tempo lento e apparentemente fermo del carcere e tornare a pensare in termini di presente e di futuro.

Le tute acquistano significato soprattutto nel dialogo reciproco che al Bassone diventa dialogo tra mondi e vite lontane, separate dalle mura del carcere che pure, come hanno ricordato Chiara Anzani e Paola Re di Como Arte alla prima prova del workshop, è parte integrante della città e della collettività di Como.

“Non c’è vita senza collettività, è cosa risaputa: qui ne hai la controprova, non c’è vita senza lo specchio degli altri” si legge nel libro che ha fatto da guida per tutto l’anno al gruppo di detenuti, “L’università di Rebibbia” di Goliarda Sapienza. Nella collettività si costruisce anche la propria tuta del vivere. Per partecipare al workshop di sabato 26 settembre alle 10 è necessario prenotarsi scrivendo a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..