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di Roberto Canali

Il Giorno, 8 novembre 2026

Il numero record di adesioni è stato raggiunto grazie a corsi mirati e operatori appositamente formati per inserire le persone fragili: “Dobbiamo vincere i timori di chi teme di destabilizzare l’ambiente aziendale”. Delle circa 700 persone coinvolte a livello nazionale nella sperimentazione degli Sportelli Lavoro nelle carceri, quasi trecento si trovano in Lombardia. I presidi attivati a Bergamo, a Canton Mombello e Verziano a Brescia stanno tracciando un modello innovativo. “I detenuti aderiscono su base assolutamente volontaria - spiega l’assessore regionale all’Istruzione, Formazione e Lavoro, Simona Tironi -.

Non ci rivolgiamo soltanto a chi è a fine pena, ma a chiunque voglia mettersi in gioco. Quando abbiamo annunciato l’apertura c’erano già decine di richieste, diventate subito centinaia. Per chi vive recluso h24, senza la cognizione del tempo e con il rischio di restare tutto il giorno sulla branda, sapere di poter imparare un mestiere accende una speranza concreta”.

Il progetto ha una duplice valenza: “C’è un aspetto etico legato alla rieducazione, alla dignità e alla seconda possibilità che abbatte la recidiva; poi c’è una visione pragmatica: con la denatalità le nostre imprese soffrono una carenza drammatica di manodopera. Formare queste persone significa restituire risorse qualificate e utili al sistema economico lombardo. È un modello che mette d’accordo diverse sensibilità: c’è l’anima riabilitativa per chi crede nel riscatto sociale, e c’è quella più pratica di chi guarda ai bisogni concreti della produzione. Recuperare chi ha sbagliato e dargli un mestiere conviene a tutti, alle imprese e alla collettività”.

L’obiettivo dell’assessorato è intercettare e riattivare tutti i potenziali lavoratori oggi esclusi dal mercato. “Oltre ai giovani Neet, alle donne con carichi familiari e alle persone con disabilità, i detenuti rappresentano un bacino fondamentale. La sperimentazione coinvolge già cinquanta donne a Verziano, venti delle quali con disabilità. Chi sconta una pena prima o poi uscirà: accompagnarlo con una qualifica significa garantire sicurezza all’intera comunità, perché chi trova un lavoro regolare e una casa non torna a delinquere”. La chiave del successo sta nella preparazione specialistica degli operatori dei Centri per l’Impiego.

“Non si trovano davanti a disoccupati comuni, ma a persone con un forte carico emotivo e fragilità profonde. Li abbiamo formati per quattro-cinque mesi affinché lo sportello non diventi un mero sfogatoio della cella, ma un percorso rigoroso e su misura”. Altrettanto decisivo è il dialogo con il tessuto imprenditoriale. “Dobbiamo vincere i timori di chi teme di destabilizzare l’ambiente aziendale - prosegue l’assessore - Cinque imprese che hanno già assunto ex detenuti hanno testimoniato che il modello funziona: con i permessi premio i lavoratori escono, percepiscono uno stipendio regolare, mantengono la famiglia ed entrano in una reale autonomia”. Visti i risultati positivi, l’intenzione è allargare la rete coinvolgendo altri istituti di pena e soprattutto altri detenuti.

“A inizio 2027 faremo il punto con il provveditorato per estendere gli sportelli ad altri istituti penitenziari, a partire da San Vittore. Quando una persona impara un mestiere e trova un’occupazione, la recidiva crolla. Dare lavoro a chi ha sbagliato non salva solo l’individuo: garantisce sicurezza, coesione e futuro a tutta la nostra comunità”.