di Peppino Ortoleva
Il Secolo XIX, 25 luglio 2020
Due vicende sono arrivate simultaneamente al centro delle cronache, quella del gruppo di carabinieri di Piacenza che (se le accuse saranno provate vere) oltre a intascare grosse cifre si sarebbero permessi violenze sistematiche e sadiche, quella delle guardie carcerarie di Torino e del loro comandante accusati anch'essi di pestaggi tanto più odiosi perché avevano come vittime persone particolarmente deboli.
Al di là della giusta deprecazione, e della speranza che reati così gravi siano puniti come meritano, queste due storie devono farci riflettere, perché è necessario non solo evitare che fatti del genere si ripetano, ma anche riconoscere e combattere le patologie più "ordinarie" e trascurate da cui nascono, i cui effetti non sempre sono così visibili ma possono essere comunque dannosissimi. Dopo che nei primi giorni ci si è concentrati soprattutto sul comportamento di alcuni carabinieri e guardie carcerarie, ora giustamente l'attenzione si sta spostando anche sui loro comandanti, su come sia stato possibile che "non si siano accorti di niente".
La risposta è semplice, non era possibile, anche il più sciocco o il più negligente dei capi (e sarebbero comunque molto gravi entrambe, la stupidità e la negligenza) non poteva non rendersi conto che qualcosa di abnorme accadeva nei reparti sottoposti alla sua direzione: per le denunce che come ora sappiamo arrivavano, per il fatto stesso che quei carabinieri ladri e picchiatori o quelle guardie carcerarie violente non facevano molto per nascondere il loro comportamento, al contrario spesso se ne vantavano esplicitamente.
Ci sono stati casi di complicità diretta, di comandanti che a quanto sembra non solo autorizzavano ma incitavano i comportamenti criminali. In altri casi si sono stabilite forme di "scambio", del tipo io chiudo un occhio ma voi fate più arresti. Questo, se sarà provato, è particolarmente odioso e anche pericoloso, perché un atteggiamento che valorizza e favorisce la pura e semplice quantità dei risultati finisce inevitabilmente con il colpire degli innocenti, o comunque persone contro le quali vi sono solo prove incerte.
Dovrebbe essere ovvio dirlo, ma l'investigatore migliore non è quello che fa più arresti, è quello che fa gli arresti motivati. E poi ci sono anche comandanti, forse la maggioranza, che si sono astenuti dall'intervenire "semplicemente" per non sollevare problemi che potevano avere conseguenze negative sulla loro carriera, o che sarebbero stati difficili da gestire.
C'è una forma di vigliaccheria di chi comanda, che consiste nell'evitare le proprie responsabilità e nel continuare a rimandare, sperando che i guai spariscano prima di emergere pubblicamente. È una viltà tipica di una mentalità burocratica, e molte organizzazioni tendono non a combatterla ma a premiarla. Su questo, i vertici dei carabinieri, delle guardie carcerarie e delle altre "forze dell'ordine" dovrebbero interrogarsi molto seriamente, come sembra voler fare (speriamo) il ministro dell'Interno.
Ma aldilà delle colpe dei comandanti, c'è un'altra domanda da porsi: che cosa spinge delle persone ad approfittare del potere (apparentemente piccolo) di cui dispongono per dare sfogo a un simile misto di avidità e malvagità? È possibile, certo, che qualcuno dei carabinieri di Piacenza o delle guardie carcerarie di Torino sia patologicamente sadico, e se così fosse ci dobbiamo chiedere: tra tutti gli strumenti che questi corpi usano per selezionare e controllare il loro personale non ce ne sono che aiutino a scartare gente del genere dal reclutamento nelle forze dell'ordine?
Ma per spiegare quello che è successo, comunque, non bastano le eventuali patologie dei singoli: erano interi gruppi a picchiare, a spartirsi soldi e droga, a vantarsi. Riflettendo oltre un secolo fa sulle folle che partecipavano ai linciaggi, lo scrittore Mark Twain diceva che pochi prendevano l'iniziativa, ma tanti erano spinti da "quella debolezza che è di tutte la più diffusa, l'avversione a farsi notare, criticare, indicare a dito, il desiderio di non essere messi ai margini".
È un'analisi ancora attuale, che indica un'altra forma di viltà: quella di chi non vuole essere escluso dal gruppo e si comporta come i più sadici per ottenerne l'approvazione, magari per condividerne il "piacere". C'è poi un altro aspetto. Sedici anni fa ad Abu Ghraib, in Iraq, un gruppo di soldati americani si rese orrendamente celebre per le fotografie da loro stessi scattate in cui esibivano le torture sui prigionieri. C'era qualcosa di dichiaratamente pornografico in quelle immagini, nelle quali uomini nudi venivano assaliti da cani o obbligati a comportamenti contrari alla loro religione. Erano fotografie create per essere messe in circolazione, nella logica voyeuristica della comunicazione in rete.
Nelle recenti vicende italiane possiamo vedere all'opera un'altra forma di esibizionismo, fatta non di immagini ma di vanterie al telefono. Ad alcuni di questi carabinieri e guardie carcerarie non basta l'impunità, non basta nascondersi nel branco: sentono di dovere ostentare il loro potere, di dovere entrare nei particolari, proprio come fa la pornografia. Così, le perversioni sadiche e l'esibizionismo si intrecciano e si sostengono tra loro.
E magari si sentono autorizzati e incoraggiati da una retorica "contro il buonismo" che ha avuto in questi anni troppi appoggi anche politici. Ma non è "buonismo" rispettare i prigionieri, anche quelli accusati di gravi reati. È una colpa non rispettarli. Se qualcuno si sente "più uomo" facendo male a chi è debole dovremmo tutti ricordarci che non c'è peggior codardo di chi approfitta così del proprio potere e della propria impunità.










