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di Caterina Pozzi

Il Manifesto, 1 luglio 2026

Ogni volta che la pressione pubblica sulle condizioni disumane delle persone in carcere si fa più forte, le comunità terapeutiche tornano al centro come risposta “magica” al sovraffollamento. Le proposte contenute nel disegno di legge 1635, approvato al Senato e in discussione ora alla Camera dei deputati, individuano nelle comunità uno degli strumenti per ampliare il ricorso alle misure alternative alla detenzione. Ma prima di chiederci come svuotare le carceri, dovremmo forse domandarci perché continuiamo a riempirle. Da oltre trent’anni il dibattito sulle droghe e quello sul carcere procedono come binari paralleli. Da una parte si denunciano periodicamente il sovraffollamento, le condizioni di detenzione, il numero crescente di suicidi e l’insufficienza delle misure alternative; dall’altra si continua a considerare la questione delle droghe prevalentemente attraverso la lente del controllo e della repressione.

Una quota significativa della popolazione detenuta è composta da persone coinvolte in violazioni della normativa sugli stupefacenti, mentre una presenza ancora più ampia riguarda persone con problemi di dipendenza o con storie di consumo problematico. È anche per questo che il dibattito aperto dal disegno di legge 1635 merita attenzione.

L’obiettivo dichiarato di ridurre il sovraffollamento penitenziario è certamente condivisibile. È difficile immaginare una persona impegnata nel lavoro sociale che non consideri urgente diminuire il ricorso alla detenzione e ampliare le misure alternative.

Tuttavia, nel tentativo di affrontare un’emergenza reale, il provvedimento rischia di introdurre uno slittamento culturale pericoloso. La comunità terapeutica viene infatti chiamata a svolgere una funzione che rischia di essere definita più dalle esigenze dell’esecuzione penale che dai bisogni delle persone. Quando l’accesso alla comunità viene pensato principalmente come strumento di alleggerimento del sistema penitenziario, il rischio è che la dimensione terapeutica diventi secondaria rispetto a quella custodiale. Si tratta di uno slittamento sottile ma profondo. La comunità smette progressivamente di essere definita da un progetto terapeutico individualizzato, dalla volontarietà del percorso, dalla relazione educativa e dalla connessione con il territorio. Comincia invece a essere considerata soprattutto come luogo alternativo di esecuzione della pena. È una prospettiva che non aiuta né le persone detenute né le comunità.

Le comunità terapeutiche del CNCA sono nate esattamente contro questa idea. Sono nate dall’intuizione che le persone non vadano separate dalla società, ma accompagnate a ritrovare un posto dentro di essa. Per questo il problema non è decidere dove spostare le persone che il carcere non riesce più a contenere. Il problema è costruire politiche capaci di ridurre l’esclusione, la marginalità e la sofferenza che alimentano il circuito penale. Il rischio è che anche i luoghi della cura si trasformino in strumenti di esclusione.

Quando la risposta ai conflitti sociali diventa prevalentemente repressiva, quando il welfare si indebolisce e i diritti vengono progressivamente subordinati alla sicurezza, il rischio è che anche i luoghi della cura vengano trasformati in strumenti di gestione dell’esclusione. Se davvero vogliamo ridurre il ricorso al carcere, la domanda non è quanti posti possiamo trovare nelle comunità. La domanda è perché continuiamo a utilizzare il diritto penale per affrontare questioni che riguardano la salute, la sofferenza sociale, le disuguaglianze e i diritti.

È su questo terreno che si gioca il futuro delle politiche sulle droghe. Ed è su questo terreno che le comunità terapeutiche possono continuare a svolgere il loro compito: non custodire persone, ma accompagnare percorsi di cambiamento.