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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 4 ottobre 2022

Sono più di 23mila i bambini e ragazzi ospitati nelle 3.605 comunità per minorenni dislocate sul territorio italiano. La maggior parte dei minorenni in comunità è di cittadinanza italiana (55% nel 2018, 61% nel 2019 e 60% nel 2020). Gli stranieri a fine 2020 sono il 40%, dei quali il 24% sono minori stranieri non accompagnati. Sono numeri, riferiti al 31 dicembre 2020, resi noti dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza in occasione della pubblicazione di una raccolta dati realizzata in collaborazione con le procure presso i tribunali per i minorenni.

“La tematica dei bambini e ragazzi privi di un ambiente familiare - scrive la garante Carla Garlatti nel rapporto che raccoglie i dati - è da sempre prioritaria per l’Autorità garante: la stessa legge istitutiva, all’articolo 3, prevede espressamente il compito di promuovere e tutelare il diritto delle persone di minore età a essere accolte ed educate prioritariamente nell’ambito della propria famiglia e, se necessario, in un altro nucleo familiare di appoggio o sostitutivo”. La garante sottolinea che quella delle comunità per minorenni rappresenta uno strumento di tutela residuale, ma interessa ogni anno un numero significativo di bambine e bambini, ragazze e ragazzi, ai quali deve sempre essere garantita la massima attenzione istituzionale, politica e sociale. Per questo, dopo due anni dalla pubblicazione dell’ultima rilevazione avvenuta nel novembre 2019, l’autorità garante per l’infanzia ha ritenuto necessario avviare i lavori per l’elaborazione della quarta raccolta sperimentale, rivolgendo ai procuratori minorili numerosi quesiti con un focus relativo ai dati dell’anno 2020. Per la prima volta, infatti, è stato pubblicato il numero dei controlli effettuato dalle procure minorili sulle comunità. Un vero e proprio record in termini assoluti tra ispezioni e sopralluoghi compiuti nel corso 2020 si registra a Bologna (704 su 352 strutture). Altre procure invece hanno registrato maggiori difficoltà.

Dai dati raccolti emerge che il 55% degli ospiti ha un’età compresa tra 14 e 17 anni, il 15% tra 6 e 10 e il 14% tra 11 e 13. Sono presenti anche maggiorenni, che su base nazionale risultano 2.745 al 31 dicembre 2020, pari all’ 11,9% del totale. Come già detto, la maggioranza sono italiani. Un rapporto di 6 su dieci. Il 61% è di genere maschile e il 39% femminile.

Per quanto il dato relativo al periodo di permanenza sia stato fornito solo nel 67% dei casi, da quanto rilevato emerge che per più di un minore su 4 (26% delle informazioni comunicate) la permanenza in comunità di accoglienza al 31 dicembre 2020 era superiore ai 24 mesi. Il dato non è omogeneo a livello nazionale. Dal grafico pubblicato si nota ce in alcuni distretti (Torino, Genova, Trento) la permanenza superiore ai due anni riguarda più del 30% degli ospiti (1 su 3), mentre in altri distretti (Palermo, Potenza e Campobasso) riguarda meno del 20% degli ospiti (meno di un ospite su 5). La ricerca rileva anche i motivi dell’inserimento in comunità.

Il 78% dei bambini e dei ragazzi presenti nelle strutture a fine 2020, secondo i dati forniti da 18 procure su 29, è risultato esservi stato collocato su disposizione dell’Autorità giudiziaria, il 12% per decisione consensuale dei genitori e il 10% per allontanamento d’urgenza ai sensi dell’articolo 403 del codice civile. Quest’ultima rilevazione rappresenta una novità, che consente inoltre di misurarne la percentuale per ciascun distretto: a Salerno vi si è fatto ricorso per il 56,6% dei casi, mentre all’Aquila e Potenza non risultano allontanamenti d’urgenza nel periodo preso in considerazione.

Il quadro che emerge dalla presente raccolta conferma, ancora una volta, una notevole difformità fra territori. Il numero di bambini e ragazzi ospitati dalle comunità non ha subito variazioni significative sul piano nazionale, ma sono evidenti le differenze relative al numero di ospiti per distretto. Le motivazioni di tali differenze sono ascrivibili in parte al numero di minori stranieri non accompagnati, in parte a una diversa presenza dei servizi sociali. “Infatti, a un numero maggiore di minorenni allontanati dal nucleo familiare d’origine non corrisponde necessariamente una condizione di maggior disagio del territorio, poiché l’attivazione degli interventi di protezione potrebbe essere riconducibile a una più attenta e diffusa attività di monitoraggio e prevenzione ad opera dei servizi”, evidenzia il rapporto.