di Eleonora Manzo
L’Identità, 27 giugno 2026
L’uscita dal carcere di Gianni Alemanno ha riacceso il forte dibattito pubblico sulle condizioni delle carceri italiane e rimesso lui al centro della scena politica. Di norma, purtroppo, il carcere è un tema trattato a intermittenza, se vi sono rivolte, emergenze, suicidi, polemiche giudiziarie, allora entra nelle agende e nel dibattito pubblico, se tutto tace, si mantiene un atteggiamento omertoso e piuttosto silenzioso. In questo quadro la vicenda dell’ex sindaco di Roma - arrestato, ricordiamo, per traffico d’influenze e abusi d’ufficio - offre l’occasione per riflettere sulle criticità di un sistema che coinvolge migliaia di detenuti e operatori penitenziari.
Dal sovraffollamento al reinserimento sociale, dal problema sanitario e della carenza di personale a numerose altre questioni che da anni rimangono inevase. Da qui appare abbastanza incomprensibile la scelta, almeno sul tema dei diritti dei detenuti, di unirsi a una figura come quella di Roberto Vannacci che incarna un’idea di una destra fortemente identitaria e forgiata sulla disciplina e sull’ordine a prescindere. Ma forse è proprio qui l’innesto giusto: il suo intervento sul tema delle carceri potrebbe avere un effetto politico non da poco, spostando l’asse dell’attenzione dei diritti dei detenuti lontano dal garantismo solito e posizionandolo su un terreno più istituzionale, legato all’efficienza dello Stato e alla qualità della pena.
La sintesi è proprio questa, puntare l’attenzione non sull’indulgenza della pena ma sui diritti fondamentali che non devono venir meno con la condanna. Il carcere non può essere un paddock di marginalità né un posto dove ci si dimentica chi vi vive. È proprio questo il nodo che la vicenda Alemanno contribuisce a mettere in luce: il carcere non solo come problema da contenere ma come banco di prova della credibilità delle istituzioni che si traduce anche da come si gestisce la privazione della libertà, se riesce a punire senza degradare, a garantire sicurezza senza violare la dignità, a coniugare controllo e reinserimento. Le posizioni degli schieramenti politici sono varie ma pressochè invariate rispetto agli standard.
La posizione degli schieramenti - Nel centrosinistra prevale una linea che insiste sulla funzione rieducativa della pena, sulle misure alternative e sulla necessità di affrontare in modo strutturale il sovraffollamento e la carenza di organico. Il Movimento 5 Stelle prova a fare sempre equilibrismo tra tradizione giustizialista e apertura verso i diritti. La Lega prova mantenere il suo elettorato maneggiando con prudenza il tema sicurezza, mentre Forza Italia, sempre senza esporsi troppo, ha una linea più garantista. Fratelli d’Italia si trova invece in una posizione cruciale: quella di tradurre la cultura del rigore in una responsabilità di governo capace di misurarsi con i limiti reali del sistema penitenziario. In questo contesto, anche la Regione Lazio può rappresentare un tassello politico significativo.
Per quanto di sua competenza, negli ultimi anni con la squadra di governo capeggiata dal presidente Rocca, ha già avviato un percorso virtuoso sul fronte carcerario, soprattutto sul terreno dell’assistenza sanitaria, dell’inclusione e dei progetti di reinserimento. È un elemento non secondario, perché introduce un possibile punto di contatto tra livelli istituzionali e sensibilità politiche diverse: la Regione come laboratorio amministrativo, il governo come sede delle scelte di sistema, il ministero della Giustizia come regia nazionale.
In questa chiave, il Lazio potrebbe diventare un ulteriore terreno di unione tra Alemanno, Meloni e Nordio, almeno sul piano della costruzione di una linea che tenga insieme legalità, dignità della pena e pragmatismo istituzionale. In questo quadro il ritorno di Alemanno nel dibattito quotidiano è qualcosa di più di un caso personale, l’ex sindaco rappresenta l’occasione per riportare alla giusta attenzione una discussione politica non più limitata solo all’emergenza. Se anche da aree tradizionalmente più attente ai temi dell’ordine arrivasse il riconoscimento che la tutela dei diritti dei detenuti è parte della tenuta dello Stato, il dibattito potrebbe acquisire una profondità nuova. E forse, per una volta, il carcere smetterebbe di essere soltanto il luogo delle crisi da inseguire e tornerebbe a essere una questione centrale di politica pubblica.










