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di Vincenzo Paglia*

La Stampa, 2 ottobre 2026

La giornata del 2 ottobre dedicata dall’Onu alla vecchiaia spinge a scoprire il valore della vecchiaia e quindi degli anziani. Non deve essere una stanca esortazione a rispettarli, come se bastasse ricordare un dovere per averlo assolto. Vorrei che ci accorgessimo, con gioia e con serietà, di quanto la loro presenza possa dare alla vita di tutti. Non soltanto per ciò che hanno fatto ieri, ma per ciò che sono oggi e possono ancora diventare insieme agli altri. La domanda non è soltanto: come ci prendiamo cura di loro? È anche: quale società vogliamo costruire con loro? Da questa seconda domanda può nascere un’altra idea di Paese.

È lo sforzo che vogliamo far partire dal Piemonte: un cambiamento dello sguardo che diventi un cambiamento dell’organizzazione sociale e dei servizi. Il 2 ottobre non deve essere una parentesi affettuosa. Deve aprire una strada.

Le nostre società devono riconoscere il valore delle persone oltre produttività, velocità e prestazione. Una vita più lunga dovrebbe allargare le possibilità dell’esistenza, non prolungare l’esclusione. Gli anziani possono tenere insieme generazioni, trasmettere competenze e alimentare relazioni. E il loro valore non viene meno quando hanno bisogno di essere accuditi: restano persone con una storia, un posto fra noi. Per un secolo e mezzo abbiamo cercato le risposte alla fragilità soprattutto negli edifici: ospedali, ospizi, case di riposo, Rsa. Oggi dobbiamo chiederci se proteggere debba ancora significare così spesso separare. In Italia vivono da sole circa 10 milioni di persone e, secondo Istat, nel 2019 circa 1,3 milioni di over 75 dichiaravano di non ricevere un aiuto adeguato alle necessità quotidiane. La domanda è: chi si accorge di una difficoltà prima che diventi un’emergenza?

In Italia abbiamo milioni di “letti”: quelli delle case degli italiani. Prima di trasferire una persona, chiediamoci che cosa servirebbe per farla vivere bene dove si trova. Non ogni bisogno può essere affrontato a domicilio, ma non dovrebbe accadere che si lasci la propria abitazione perché nessuno vi porta un’assistenza possibile. La sanità deve essere itinerante e proattiva: andare a cercare il bisogno. La proposta che portiamo al confronto con la Regione si articola in sei assi, tenuti insieme da un principio: non separare il bisogno sanitario dalla vita sociale della persona. Il primo è Anchise, che riprende l’esperienza sviluppata nella Asl Roma 2 e al Policlinico Tor Vergata: intercettare gli anziani che ricorrono ripetutamente al pronto soccorso, anche con 30 accessi l’anno, per capire che cosa non regga nella continuità dell’assistenza. Per queste persone si apre un Pass, Percorso Assistenziale Socio-Sanitario prevalentemente ambulatoriale, con una presa in carico di almeno 12 mesi.

Il secondo è Sfera, piattaforma di valutazione multidimensionale e multiprofessionale che considera non solo le patologie, ma autonomia, condizioni sociali, relazioni e risorse disponibili: una “cartella dell’anima e del corpo”, perché davanti abbiamo una persona intera. Il terzo è un sistema di valorizzazione e incentivi per chi lavora a domicilio. Il quarto è la trasformazione delle Rsa in strutture aperte al territorio, con il rapporto Adiss 5:1. Il quinto riguarda le aree interne. Il sesto è la medicina digitale, attraverso il modello Vivanet. Strumenti diversi di un’unica scelta: rendere possibile la permanenza nella comunità anche quando cresce la fragilità.

Anche il confronto economico è importante: tra 60 e 70 mila euro annui per un posto letto Rsa e circa 17 mila per un Pass domiciliare Anchise. Le cifre chiedono di verificare quante risorse possano essere impiegate meglio quando la domiciliarità è appropriata. Non proponiamo di risparmiare sugli anziani: proponiamo di non spendere per separarli dal loro ambiente quando possiamo curarli senza farlo. Il diritto a invecchiare nel proprio ambiente non può dipendere dal codice postale. In Piemonte sono 372 i Comuni classificati come aree interne; circa 130 sono periferici o ultraperiferici. Partire da dove arrivare è più difficile significa difendere non solo la domiciliarità, ma la continuità delle comunità e la possibilità che generazioni diverse continuino ad abitarle. Il 30 ottobre vorremmo prenderci un impegno programmatico che coinvolga l’intera Regione. Vorremmo che dal Piemonte possa iniziare un percorso che sia di esempio anche per altre Regioni.

Immagino una donna di 85 anni in una frazione di Ovada, nelle Langhe, in Val Bormida o in Valsesia, che nella primavera del 2027 senta suonare il campanello. È arrivata l’infermiera, o un ragazzo del servizio civile, o qualcuno della comunità. Non le stanno chiedendo di andarsene per essere aiutata. Le stanno dicendo, con un gesto concreto, che la sua vita conta ancora lì, insieme a quella degli altri. Vorrei che il 30 ottobre potessimo affermare non soltanto la nostra disponibilità ad assistere gli anziani, ma la scoperta del loro posto nel futuro comune. Oltre a dire “vi vogliamo bene”, dobbiamo poter dire: “Il Paese di domani lo costruiamo anche con voi”.

*Presidente della Fondazione Età Grande