di Umberto De Giovannangeli
L’Unità, 29 aprile 2026
“Più reati, pene più alte e meno diritti: l’approccio panpenalistico lascia intatte le vere insicurezze: quella di chi muore sul lavoro, di chi non arriva a fine mese, di chi rinuncia a curarsi perché non può permetterselo, dei giovani angosciati da guerre e dalla paura del futuro”.
Paolo Ciani, segretario nazionale di Demos - Democrazia Solidale, Vicepresidente del gruppo Pd-Idp alla Camera dei deputati: il Governo rivendica il decreto sicurezza come una risposta “forte” alle paure degli italiani. A suo giudizio qual è, invece, il messaggio politico reale che questo provvedimento manda al Paese?
Il messaggio è semplice e preoccupante: invece di governare i problemi, il Governo preferisce orientare e sfruttare le paure. Ogni decreto sicurezza ripropone la stessa formula: più reati, pene più alte, meno diritti. Ma se questa ricetta funzionasse, non saremmo al quarto decreto in pochi anni. Evidentemente non funziona. Questo è un approccio panpenalistico che non rende il Paese più sicuro, lo rende solo più diseguale. Si grida alla sicurezza mentre le vere insicurezze restano intatte: quella di chi muore sul lavoro, di chi non arriva a fine mese, di chi rinuncia a curarsi perché non può permetterselo, quelle dei giovani angosciati da guerre e timore del futuro. Questi decreti servono più a costruire una narrazione che a risolvere un problema. Sono provvedimenti pensati per dare l’idea di fare qualcosa, non per cambiare davvero la realtà. Sono decreti narrativi, non normativi. E il risultato è sotto gli occhi di tutti: carceri sempre più affollate, meno diritti, più rabbia sociale. Questa non è sicurezza: è illusione di sicurezza, pagata dalle persone più fragili e, alla fine, da tutto il Paese. Ma c’è un particolare non indifferente: oggi la destra non è all’opposizione, governa da quattro anni…
Il titolo dell’Unità sulla norma Ku Klux Klan ha acceso un dibattito proprio nel giorno del 25 Aprile. È stata una forzatura?
Non è questione di etichette, ma di fatti. Quando si comprimono diritti fondamentali - il diritto di difesa, la libertà di manifestare, il principio di uguaglianza davanti alla legge - non siamo davanti a una normale dialettica politica: siamo davanti a un campanello d’allarme democratico. Il 25 Aprile non è una data qualunque. È il giorno in cui ricordiamo perché quei diritti sono stati scritti nella Costituzione. E vedere un decreto che li indebolisce approvato in quel contesto è un segnale che deve inquietare, non rassicurare. Qui non si tratta di polemica: si tratta di metodo e di sostanza. Il Governo interviene sulla giustizia per decreto, senza un vero confronto parlamentare, come se il Parlamento fosse un passaggio obbligato da superare in fretta. È una visione del potere che riduce le garanzie costituzionali a un ostacolo, non a un fondamento. La Costituzione, invece, è chiarissima: i diritti non dipendono dall’origine, dal reddito o dalla convenienza politica del momento. O valgono per tutti, o non valgono più. E su questo terreno non esistono forzature giornalistiche, ma responsabilità politiche.
Lei è tra i parlamentari che più si è battuto per una giustizia giusta e per condizioni umane nelle carceri. Siamo all’anno zero?
Non direi all’anno zero, ma certamente siamo davanti a un arretramento serio, e questo decreto rischia di trasformarlo in un precipizio. Il sistema carcerario è già oggi in grande difficoltà - strutturale, numerica, umana. A Regina Coeli, l’antico carcere della mia città, ci sono stati giorni con oltre 1.100 detenuti presenti, con un sovraffollamento che sfiora il 200% e una gravissima carenza di personale di polizia penitenziaria. In carcere si soffre e si muore. Non è una metafora: si muore. E ogni giorno, in quegli istituti, si viola l’articolo 27 della Costituzione secondo cui le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. La risposta del Governo qual è? Aumentare le pene e moltiplicare i reati, senza investire su prevenzione, reinserimento e misure alternative. Significa una cosa sola: alimentare ulteriormente il sovraffollamento e rendere le carceri ancora meno vivibili, ancora meno umane. Pensi alla situazione delle carceri minorili, che dopo il “decreto Caivano” sono piene oltre ogni limite e dove si sono verificati più di un episodio grave; o alla nuova possibilità di “operazioni sotto copertura” in carcere, a quello che potrebbero provocare in termini di fiducia, di rapporti e di convivenza… Sono dell’idea che la sicurezza vera passi dalla qualità della giustizia e dal rispetto della dignità delle persone. Una pena che non rieduca, che non offre una prospettiva, non produrrà più sicurezza ma solo incertezza, disagio e sofferenza.
Ciò che emerge, come logica fondante, nell’agire della destra è il securitarismo che individua nei più deboli, i migranti, i soggetti da demonizzare…
Sì, c’è una tendenza chiara: dinanzi a problemi gravi - guerre, instabilità, crisi economica ed energetica - si getta fumo negli occhi, cercando di individuare un bersaglio facile. Migranti, poveri, chi si trova ai margini della nostra società, diventa il capro espiatorio di paure e fragilità che hanno radici ben più profonde. Una narrazione che non risolve niente, alimenta il conflitto e polarizza l’opinione pubblica, e ha l’unico scopo di distrarre dai reali problemi del Paese. E tutto ciò dopo anni in cui la destra governa, in cui in Parlamento un esponente della maggioranza interviene per dire tutto il bene che il governo ha fatto sul tema della sicurezza e quello successivo ci spiega come servano nuovi interventi perché la situazione è allarmante… D’altronde, parliamo di un Governo che ha stanziato delle risorse economiche per premiare gli avvocati se riuscivano a far rimpatriare più migranti: sovvenzionando cioè un “infedele patrocinio”. E pensi che questo nel decreto è associato anche alla sottrazione del diritto al gratuito patrocinio: altro diritto Costituzionale.
Un esecutivo che, di fronte a oltre 5milioni di italiani che non riescono ad accedere alle cure, sceglie di destinare parte del proprio bilancio per premiare avvocati che invece di difendere i propri assistiti riescono a farli rimpatriare, è chiaramente un Governo a cui non importa nulla della sicurezza reale. Quella si costruisce con politiche sociali, integrazione, lavoro, istruzione. Non con la demonizzazione dei più fragili. E con un inganno pericoloso: oggi sottraggo diritti a “loro” (e ti racconto che lo faccio per la tua convenienza), ma quando si erode il diritto per qualcuno lo si erode per tutti. Da tempo riflettiamo con tanti di come uscire da questa narrazione e passare dalla paura alle proposte: con Demos lo faremo insieme ad altri il 16 maggio a Roma in un grande incontro pubblico.
In questo clima internazionale, segnato dal ritorno della forza come criterio di governo dei conflitti, qual è oggi la responsabilità della politica democratica?
Viviamo in una fase internazionale molto difficile, forse una delle più pericolose dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. È una fase segnata dal ritorno brutale della logica della forza, dove il diritto internazionale viene calpestato con una disinvoltura che avrebbe scandalizzato le generazioni che quel diritto lo avevano costruito sulle macerie di due guerre mondiali. La guerra è diventata quasi uno strumento ordinario della politica internazionale - in Medio Oriente, in Ucraina, nel continente africano - mentre non dovrebbe proprio essere un’opzione. In questo contesto, chi prova a parlare di pace viene spesso marginalizzato, ridicolizzato, accusato di ingenuità o - peggio - di connivenza con il nemico. I pacifisti vengono trattati come “naïve” mentre chi alimenta i conflitti viene presentato come un realista. È un rovesciamento morale che dovrebbe farci riflettere molto seriamente. E non è un caso: questa narrazione fa comodo a chi vuole che il dibattito pubblico resti dentro i confini del pensiero militarista, che la guerra venga percepita come inevitabile, naturale, persino necessaria. Eppure, la storia ci dice il contrario: il mantenimento della pace in Europa è stato reso possibile grazie alla diplomazia, al dialogo, all’unione di Stati che desideravano un futuro comune, non segnato da conflitti. Definire “ingenui” i pacifisti è un errore politico prima ancora che morale: senza una cultura della pace, senza investimenti seri nella diplomazia, senza il rafforzamento del diritto internazionale, il mondo diventa davvero il Far West. E nel Far West, a pagare il prezzo più alto sono sempre i più deboli: le popolazioni civili, i rifugiati, i bambini che nascono dentro una guerra che non hanno scelto, o peggio quelli uccisi nella loro infanzia. La responsabilità della politica democratica è esattamente l’opposto di quanto stanno facendo Trump, Netanyahu, Putin (e tanti leader locali che promuovono conflitti): è ricostruire spazi di dialogo, tenere in piedi i tavoli negoziali anche quando sembra impossibile, investire nella diplomazia come strumento quotidiano. E’ l’unica strada razionale per evitare che le crisi degenerino in catastrofi irreversibili. Ed è la risposta alle richieste di milioni di persone che non si arrendono all’idea che la guerra, militare, economica, che sia, sia la normalità.
Donald Trump sembra infastidito dalla voce di Leone XIV, il Papa americano. Che cosa rende davvero scomodo, per un leader come lui, il messaggio di questo Papa?
Credo che dia fastidio una cosa molto semplice: Leone XIV non ha bisogno di potere per farsi ascoltare. La sua forza è l’autorità morale: “non ho paura, parlo del Vangelo” ha detto. E l’autorità morale non si compra, non si intimidisce, non si spegne con un post sui social. Il Papa parla di pace, di dialogo, di limiti all’uso della forza, e lo fa in modo chiaro e diretto, chiedendo ai “signori della guerra” di fermarsi. Quando il Papa definisce “inaccettabile” la minaccia di cancellare un’intera civiltà, quando denuncia la “follia della guerra”, quando dice no alla pena di morte mentre alcune democrazie la reintroducono, sta chiamando per nome le responsabilità. E questo è ciò che spaventa. Leone XIV non suggerisce, non auspica: chiede. Lo fa senza eserciti, senza armi, ma con la forza di una voce che parla a miliardi di persone. Perché in un’epoca in cui la politica internazionale sembra aver abdicato alla diplomazia in favore della deterrenza, quella voce ricorda che esiste un’alternativa. E spesso ciò che fa più paura non è una persona, ma un’idea capace di smontare una narrazione fondata sulla forza, sui muri, sulla divisione tra “noi” e “loro”. Ed è una voce che rimette al centro un’idea radicale oggi controcorrente: che la sicurezza non nasce dalla paura, che la politica non ha bisogno di un nemico permanente, che il futuro non è condannato alla guerra.











