di Annalisa Corrado*
Il Dubbio, 7 agosto 2026
I cambiamenti climatici sono una crisi che rende tutte le nostre mancanze più visibili. Parafrasando una celebre metafora, la crisi climatica non solo aggroviglia i problemi, rendendo i nodi sempre più fitti e difficili da sciogliere, ma è anche il pettine che li porta allo scoperto. Di fronte ai suoi effetti, ogni nostra mancanza si aggrava e diventa ineludibile. Fra queste mancanze c’è la condizione in cui si trovano le nostre carceri e le persone detenute. Chiunque abbia visitato un carcere non può non preoccuparsi per la qualità della loro vita, soprattutto in questi giorni di temperature estreme. Il caldo che soffoca le nostre città ci fa riflettere sulle disparità sociali: fra chi ha una casa moderna e chi no, fra chi dispone di risorse economiche e chi soffre la povertà energetica. E poi c’è chi non può neanche cambiare stanza, come i detenuti.
Come ho avuto modo di ripetere nell’Aula del Parlamento europeo, la crisi del nostro sistema detentivo non nasce oggi: il sovraffollamento estremo è un’ingiustizia in ogni stagione, oltre a un clamoroso errore politico, che rende il carcere un luogo in cui si crea rancore, si rinuncia alla rieducazione delle persone e si crea ulteriore criminalità. Ma quando gli spazi chiusi diventano ancora più inospitali, i dati che ci vengono comunicati, 64.000 persone detenute per 46.000 posti disponibili, diventano ancora più gravi. Le celle roventi acuiscono le difficoltà che i detenuti vivono ogni giorno. Non solo la presenza di molte persone in uno spazio stretto, ma anche problemi apparentemente piccoli, come l’impossibilità di tenere al fresco una bottiglia d’acqua in una cella priva di frigorifero. Persino le ore d’aria si trasformano in un disagio quando vengono concesse nelle ore più calde del giorno.
A ciò si aggiunge il tema della salute mentale. Come rileva una ricerca pubblicata da Nature Health, le ondate di calore determinano un aumento significativo dei ricoveri per motivi mentali, anche fra le persone libere. Immaginate quanto questo effetto possa moltiplicarsi quando le conseguenze del caldo si abbattono su ambienti già inospitali come le carceri, dove il 12% dei detenuti, secondo il Rapporto Antigone del 2024, ha una diagnosi psichiatrica grave e un quinto fa uso di stabilizzanti dell’umore, antipsicotici o antidepressivi.
Le risposte più ragionevoli le hanno suggerite i Garanti: non far svolgere l’ora d’aria nelle ore più calde, garantire controlli sanitari effettivi, ripensare l’organizzazione delle giornate durante le ondate di calore e assicurare dotazioni minime alle persone detenute, a prescindere dal loro potere d’acquisto. Sono misure semplici, che qualsiasi amministrazione potrebbe già adottare, soprattutto considerando che ciò che ancora oggi qualcuno considera un evento straordinario, il caldo estremo, è in realtà una nuova normalità, che richiede nuove risposte. Non si tratta di un premio, ma di un modo per far sì che la pena scontata e stabilita dalla legge non si trasformi in un’ingiustizia consumata nell’indifferenza istituzionale
Ovviamente non è una risposta risolutiva. Come la lotta ai cambiamenti climatici non può limitarsi ad adattamenti, ma necessita di azioni che affrontino il problema alla radice, allo stesso modo la risposta all’invivibilità delle carceri in estate richiede interventi più profondi. Ma, finché non agiremo su questo, anche le più elementari misure di adattamento a queste temperature rappresenterebbero una boccata d’aria fresca in un’estate soffocante.
*Eurodeputata, responsabile ambiente del Partito democratico









