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di Giorgio Calabrese

La Stampa, 4 ottobre 2022

Se è vero che l’uomo è ciò che mangia è altrettanto vero che diventa cagionevole di salute fino ad ammalarsi, anche a causa di quello che non mangia. Ebbene sì, la crisi energetica ha impattato drammaticamente anche sul prezzo del cibo al punto tale che, a causa dei prezzi esorbitanti, in massa si negano l’acquisto di frutta, verdura ma anche altro. Insalate vendute a cespo e non a chilo, pomodori a 12 euro, finanche a 17 euro, fagiolini a 8 euro, ecc., per un reddito medio, proibitivo comprarli quotidianamente.

Per conseguenza la gente che non guadagna abbastanza è costretta a nutrirsi con cibo low cost con minore qualità e pochi nutrienti. Tutto ciò sfocerà in una maggiore probabilità, se non in una certezza, di ammalarsi. Le spese sanitarie sono già cresciute a causa della pandemia e in questo modo l’esborso può lievitare fino all’insostenibilità. Per prevenire l’insorgenza di malattie, occorre una giusta alimentazione a prezzi equi, almeno per i cibi essenziali alla buona salute.

Nel luglio del 2020 è stato pubblicato il report annuale della Fao, Lo stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo, nel quale si legge che, se la popolazione mondiale adottasse una dieta meno ricca in grassi e zuccheri in 10 anni la spesa globale nella sanità crollerebbe del 95%. Secondo i dati Fao, tre miliardi di persone nel mondo non possono permettersi un’alimentazione sana e nutriente. Un sistema alimentare equilibrato e globale dovrebbe proteggere i prodotti alimentari, come frutta e verdura, rendendoli più disponibili.

La richiesta di prodotti vegetali è molto cresciuta a causa di mode alimentari come il crudismo, il vegetarismo, il veganismo che portano al quasi esclusivo o comunque preponderante consumo di vegetali ciò li rendere costosi come carni, pesci e formaggi. L’alta deperibilità degli ortaggi pone numerosi problemi di conservazione e trasporto, che per la loro inefficienza possono generare enormi sprechi, contribuendo all’aumento di prezzo.

La Coldiretti sottolinea che il costo di frutta e verdura aumenta anche a causa degli eventi climatici estremi, che stanno rendendo sempre più difficoltoso il lavoro degli agricoltori, i cui raccolti vengono sempre più spesso distrutti da piogge intense o minacciati dalla siccità, come è successo questa estate in Italia.

Giusto quindi sostenere il settore ma monitorando l’intera filiera e individuare i “trigger point” per capire dove i prezzi si impennano e porre le corrette misure. A tutto ciò va ancora aggiunto il costo nascosto, relativo alla perdita di salute. Delle verdure e della frutta non possiamo fare a meno per l’introduzione corretta di vitamine e Sali minerali, ma a prezzi etici. Nello studio, l’attuale dieta mondiale è sintetizzata sulla base di una media dei consumi alimentari di 157 paesi e comprende un consumo pro capite giornaliero di 100 grammi di carne (tra pollo, manzo, agnello e maiale), 243 grammi di uova e latticini, 297 grammi di cereali, 354 grammi di frutta e verdura, 50 grammi di zucchero, 28 grammi di olio e 134 grammi di radici e legumi.

Ciò che mangiamo è in diretto rapporto con i costi ambientali e sanitari del Paese. L’attuale alimentazione poco salutare mediamente diffusa a livello globale è anche “la principale causa delle malattie non trasmissibili” come diabete, patologie cardiovascolari, cancro, obesità e ictus, che rappresentano il 71% delle cause di morte nel mondo.

Se poi si aggiunge questo ulteriore elemento del caro frutta, verdura, ma anche di carni ed altro, ci accorgiamo di quanto allarmante sia la prospettiva futura della salute sociale. Sicuramente il danno emergente sarà a carico dei fragili ma poi a cascata su tutti coloro che ridurranno o si priveranno dei giusti alimenti, cadendo nella malnutrizione. Un termine usato un tempo per il terzo mondo ma che ora, a malincuore, comincia ad appartenerci.

Le politiche mirate a ridurre o calmierare il prezzo degli alimenti sani sono di primaria importanza e non più procrastinabili. Gli interventi possono essere di diverso tipo: incoraggiare la diversificazione delle coltivazioni e sostenerle, evitare o abbassare la tassazione sui cibi necessari, migliorare l’efficienza delle infrastrutture di irrigazione e delle tecnologie per ridurre gli sprechi. L’etica deve permeare la produzione, la qualità e la commercializzazione degli alimenti, per salvare la salute degli italiani e i conti dello Stato.