di Liana Milella
La Repubblica, 25 marzo 2023
Due emendamenti di Lega e FdI bloccati per ora al Senato. E Costa di Azione chiede al Guardasigilli Nordio: “Ma lei lo sapeva?”. La storia che stiamo per raccontarvi dimostra che tra gli slogan politici e i fatti passa un abisso. Ricordate la battuta “il magistrato che va in politica non torna più indietro”? È stato un vessillo che ha unito destra e sinistra nella scorsa legislatura. Ma i fatti adesso vanno in tutt’altra direzione.
Come rivela un duplice emendamento presentato, ma per il momento bloccato, al decreto legge sul Pnrr al Senato. Sul quale Enrico Costa di Azione, un vero segugio di commi e sotto commi, ha appena presentato un’interrogazione al ministro della Giustizia Carlo Nordio. Con la quale vuole sapere “se il governo sia a conoscenza del tentativo di riproporre le porte girevoli magistratura-politica usando a pretesto il Pnrr” e cambiando la legge Cartabia, e soprattutto “se gli uffici ministeriali interessati dagli effetti della proposta abbiano avuto un ruolo nel predisporla”. Per l’ovvia ragione che si tratta di una norma fatta apposta per loro stessi e che solo loro possono aver ideato a proprio uso e consumo.
Succede questo. La legge Cartabia sull’ordinamento giudiziario e sul Csm del giugno 2022 imponeva alle toghe, anche quelle che assumono incarichi di governo, uno stop al rientro in ruolo. Vedremo nei dettagli quanto rigida sia la norma. E che succede invece? Che un duplice gruppo di senatori, della Lega e di Fratelli d’Italia, voglia derogare alla regola. E con due righe di emendamento propongono che proprio “lo stop alle porte girevoli” - come lo chiama Costa - non si applichi ai magistrati che hanno assunto questi ruoli “nei trenta giorni successivi” alla formazione del governo.
Una norma “vestitino” si sarebbe detto vent’anni fa quando cominciò la stagione delle leggi ad personam. Per intenderci stiamo parlando di figure strategiche nel governo, come il segretario generale della presidenza del Consiglio Carlo Deodato, che è un consigliere di Stato; oppure il magistrato amministrativo Alfredo Storto, capo di gabinetto di Matteo Salvini alle Infrastrutture, o ancora Alberto Rizzo, capo di gabinetto alla Giustizia, magistrato ordinario come la sua vice Giusi Bartolozzi, che esce a sua volta da una legislatura alla Camera nata con Forza Italia e poi finita nel gruppo Misto.
Ma cosa propongono i due emendamenti? Pochissime righe, ma dagli effetti dirompenti rispetto alla legge Cartabia. Scrivono i leghisti Tilde Minasi, Antonino Salvatore Germanà, Manfredi Potenti, Claudio Borghi, Marco Dreosto: “Al comma quattro dell’articolo 20 della legge 17 giugno 2022 numero 71 (cioè la legge Cartabia sul Csm) aggiungere infine il seguente periodo: ai medesimi incarichi assunti nell’anno 2022 presso le amministrazioni titolari di interventi previsti nel Pnrr si applica la disciplina vigente prima dell’entrata in vigore delle disposizioni di cui al primo periodo”.
Un emendamento così mirato a uno specifico gruppo di magistrati da non poter provenire che da loro stessi. Ma non basta, perché all’emendamento della Lega si aggiunge, quasi a rafforzarlo e mostrare che sono due partiti a proporlo, ecco quello di Fratelli d’Italia, con i senatori meloniani Marco Lisei, Quintino Liris, Paola Ambrogio, Lavinia Mennuni, Vita Maria Nocco. Si tratta esattamente della stessa proposta.
Ed entrambe violano in modo evidente la legge Cartabia, lo spirito stesso di quella norma, che blocca il ritorno in magistratura di chi ha fatto politica, ma anche - per un certo tempo - delle toghe che sono state “al servizio” della politica nei ministeri. E guarda caso ecco un emendamento che dovrebbe favorire solo un gruppo ristretto, cioè coloro che sono entrati in servizio - chissà perché solo loro - nei “trenta giorni” successivi alla formazione del governo. Qualche maligno butta lì che solo Giusi Bartolozzi, grande amica di Carlo Nordio, può aver inventato questa diavoleria, visto che proprio lei conosce benissimo la dinamica delle leggi Cartabia avendole seguite alla Camera dalla commissione Giustizia e in aula. Deputata focosa la Bartolozzi che non mancava di far sentire la sua voce, fino al punto da litigare con i forzisti e sbattere la porta per difendere le sue idee.
La legge della ex Guardasigilli Cartabia, che riprendeva sul punto quella del suo precedessore Alfonso Bonafede, ha stabilito norme rigide non solo per i magistrati che si candidano e che non possono più tornare indietro, ma anche per chi assume un ruolo tecnico nei ministeri, dai capi di gabinetto, ai capi dipartimento, ai segretari generali. E recita così: a incarico terminato, “restano collocati fuori ruolo presso il ministero di appartenenza o presso l’Avvocatura dello Stato o presso altre amministrazioni, i magistrati amministrativi e contabili presso la presidenza del Consiglio”. Ma una cosa è certa, “per un ulteriore periodo di tre anni non possono assumere incarichi direttivi e semidirettivi”. L’emendamento leghista e meloniano vuole evitare proprio questo. E Costa si arrabbia e interpella Nordio da quale vuole sapere se “le urgenze del Pnrr possono essere utilizzate come pretesti per derogare alla separazione netta tra attività politica e attività giurisdizionale e, pare, anche per derogare al limite decennale per i magistrati fuori ruolo”. Eh già, perché l’obiettivo sarebbe anche quello di far cadere il limite massimo dei dieci anni concessi a una toga per stare “fuori ruolo” se costei o costui lavora al Pnrr.











