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di Carlo Nordio*

Il Sole 24 Ore, 24 luglio 2025

Insita nel nostro ordinamento giudiziario - ne è per certi versi, l’anima - una necessità: quella di coniugare il diritto alla rieducazione del detenuto, così come è sancito dalla Costituzione, all’utilità in cui si può convertire l’espiazione della pena. Chi esce da un periodo di detenzione può aspirare di mettere a frutto ciò che ha imparato in carcere, aiutando, al tempo stesso, le aziende che hanno bisogno di manodopera specie in riferimento ad attività che gli italiani non vogliono più esercitare. In questo senso, “Recidiva Zero” porta nelle carceri un filo di speranza e la consapevolezza che il lavoro tra i detenuti brilli spesso per eccellenze straordinarie.

“Recidiva Zero” Il progetto che il ministero della Giustizia ha sviluppato col Cnel, evocato nel recente convegno tenutosi presso l’aula magna della scuola di formazione “Giovanni Falcone” del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, vive anche - ci si permetta - nella memoria di un grande amico, il professor Felice Maurizio D’Ettore, già Presidente per il garante nazionale dei diritti della persona.

E “Recidiva Zero” si presenta come un progetto che oggi si perpetua nell’impegno di molti, a partire dal ministro del Lavoro Marina Calderone fino al Sottosegretario alla giustizia Andrea Ostellari. Ostellari, peraltro, ha profuso tutte le sue energie nell’alleviare le preoccupazioni dei detenuti a fine pena; contribuendo a fornire una prospettiva lavorativa proprio a coloro che, privati della libertà, pensano di avere un futuro nebuloso e incerto e vivono l’incertezza di sapere come e se la società li accoglierà.

Non per nulla la giornata di “Recidiva Zero” svoltasi al Dap ha fotografato il bisogno di coniugare ciò che è necessario che avvenga in carcere, l’attività lavorativa, e ciò che è necessario avvenga dopo, l’inserimento degli ex detenuti in una società che tende a diffidarne. La situazione penitenziaria italiana purtroppo è nota per le sue criticità, come ha sottolineato anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, e siamo ben lungi dal negarlo; ma è pur vero che le belle notizie fanno meno notizia delle brutte notizie. Spesso ci si dimentica, ad esempio, che tra le mura del carcere si producono eccellenze come quelle culinarie dei panettoni della mia Padova. Ma non lo dimentichiamo.

Come non dimentichiamo che, troppe volte e troppo spesso, le persone liberate non in una situazione di palese disagio finiscono col venire abbandonate a sé stesse, fino a essere quasi condotte, per il loro disagio carsico, obbligatoriamente alla recidiva. Ecco: il nostro scopo è ridurre gradualmente la recidiva fino a farla scomparire del tutto. Il risultato di questa idea avrà un inevitabile ritorno positivo per la società, sarà un vantaggio per tutti. Geografia carceraria Semmai la domanda è: come si può arrivare a un simile risultato? Si può. Prima di tutto si deve intervenire sul sistema carcerario, perché abbiamo un’edilizia carceraria estremamente disomogenea. L’unica omogeneità che spicca è la Polizia penitenziaria alla quale va sempre il mio infinito ringraziamento. E non solo perché da essa dipendono sicurezza e sostenibilità delle carceri, visto che gli agenti sono incaricati di questo, ma pure perché questi servitori dello Stato li ho sempre conosciuti negli altri quarant’anni della mia vita in magistratura, quando ricoprivo la posizione di pubblico mistero.

Ora, dalla mia ottica di ministro la prospettiva del carcere è cambiata. Ora conosco le carceri in modo diverso. E però ho avuto più contatti con la Polizia penitenziaria e comprendo le condizioni di lavoro dei nostri tenaci operatori. La stessa geografia carceraria è frastagliata; abbiamo carceri-modello dove abbondano spazi e carceri antiche come a Roma, dove è impossibile esercitare le attività lavorative spesso per spiazzanti vincoli artistico-architettonici. Detto ciò, sport e lavoro restano gli ansiolitici della tensione carceraria. Ma con “Recidiva Zero” stiamo facendo uno scatto in più: stiamo dando l’effettiva speranza di un lavoro dopo la liberazione.

C’è un altro fattore da considerare. Le statistiche indicano che una buona percentuale di suicidi, che sono un po’ il flagello della carcerazione - non solo di quella italiana ma di tutto il mondo - avviene tra detenuti che non sono appena entrati in carcere (e sarebbe più comprensibile il contrario: perché a inizio pena, quando ti ammanettano eri sbattono in una cella, ti cade il mondo addosso e probabilmente la tentazione di togliersi la vita è forte). Eppure, qui accade il contrario: in buona percentuale, i suicidi riguardano detenuti in via di liberazione. Significa che per costoro la libertà intesa nel senso del reinserimento sociale assume una prospettiva preoccupante.

C’è una novelletta di Anatole France, “Crainquebille”, dove un povero venditore ambulante, finito in carcere per un errore giudiziario, avendo perso non solo il lavoro ma praticamente tutto, uscito di prigione tenta di ripetere il reato (un’offesa a pubblico ufficiale) per il quale era stato incarcerato, allo scopo di ritornare in carcere, non sapendo dove andare. Uno spaesamento terribile. “Recidiva Zero” mira a correggere lo spaesamento, a cancellare quest’ultimo segmento di detenzione, forse il più delicato, in cui la persona sta per affacciarsi a una libertà per la quale magari, come Crainquebille, non è psicologicamente preparato. Al di là dell’umanità del progetto, sarà lo Stato il primo a trarne giovamento e utilità.

*Ministro della Giustizia