di Anais Ginori
La Repubblica, 7 aprile 2022
Intervista all’ex ministro della giustizia francese Robert Badinter “Si devono subito raccogliere le prove. Tutti i responsabili potranno poi essere arrestati e processati da diversi Stati”.
“Putin e il suo entourage devono essere processati per crimini di guerra e crimini contro l’umanità”. Davanti ai massacri di Bucha, Robert Badinter non ha più dubbi. “Il carattere sistematico implica la responsabilità dei loro autori davanti alla Corte penale internazionale”, dice l’avvocato e giurista francese, noto per aver fatto abolire la pena di morte quando era Guardasigilli di Mitterrand. Badinter, 94 anni, si è battuto per la creazione della Corte penale internazionale. Sua madre fuggì dai pogrom di Chisinau, nella Bessarabia russa - oggi Moldavia - e il padre combatté nell’esercito imperiale a Odessa prima di arrivare in Francia nel 1919. “A casa parlavano russo solo tra loro, quando non volevano farsi capire”, ricorda Badinter.
Cos’è possibile fare per aiutare la giustizia internazionale?
“In questa fase è necessario e legittimo che il procuratore della Cpi conduca un’indagine sul campo, raccogliendo testimonianze e prove per sostenere il successivo processo contro gli autori di questi crimini”.
Il lavoro di indagine è sufficiente per raccogliere prove?
“I carri armati russi sono entrati in Ucraina il 24 febbraio e immediatamente, sotto le bombe, il procuratore generale ha mobilitato tutti i suoi servizi per raccogliere prove: fotografie, interrogatori di testimoni, documenti informatici. È essenziale muoversi subito”.
Perché?
“La storia dei tribunali penali internazionali, dal Ruanda alla ex Jugoslavia, insegna che se le prove dei crimini di guerra non vengono raccolte immediatamente poi scompaiono. I testimoni muoiono o diventano con il tempo riluttanti. Le prove sono il punto di partenza per i procedimenti e le condanne. Non è solo importante per la Storia, ma essenziale per la giustizia”.
Che tempi prevede?
“La giustizia è fatta dai vincitori. Norimberga ebbe luogo dopo il crollo del nazismo, non durante la guerra. Hermann Göring, Joachim von Ribbentrop e altri alti membri del regime non si aspettavano certo di trovarsi davanti a un tribunale. Se sono stati processati è dovuto alla cultura giudiziaria anglosassone e in particolare al giudice Felix Frankfurter, amico intimo di Franklin Roosevelt. Stalin riteneva che la giustizia fosse una pallottola nella nuca. Anche Churchill pensava che dovessero essere arrestati e giustiziati. Sono stati gli americani a volere un tribunale per giudicare i capi nazisti dopo aver raccolto tutte le prove necessarie, dopo un contraddittorio e un dibattito pubblico. Avevano ragione”.
Quindi, se il regime di Putin rimane al suo posto, ci sono poche possibilità di avere un processo?
“Il responsabile non è solo il dittatore onnipotente. Anche i capi di stato maggiore, gli ufficiali superiori, e tutti coloro che partecipano alle decisioni industriali, aiutano a finanziarle, fabbricano armi. Non sono sicuro che agli alti ufficiali russi piaccia l’idea di essere inseguiti da mandati d’arresto internazionali. E gli oligarchi ancora meno”.
Tutti complici?
“Le responsabilità individuali sono sancite dallo statuto dell’Aia. La scusa della funzione e dell’obbedienza agli ordini non si applica. Tutti coloro che partecipano a crimini di guerra e contro l’umanità e agiscono con consapevolezza sono penalmente responsabili. Putin è il capo dello Stato russo. Non può essere fermato al Cremlino. Ma i suoi numerosi complici, militari e civili, sono penalmente responsabili. E anche se Putin scomparisse, sarebbero perseguibili. Con la giurisdizione universale corrono il rischio di essere arrestati e processati in diversi Stati. Non esiste prescrizione per i crimini contro l’umanità, e quindi dovranno rendere conto per il resto della loro vita. La giustizia non può resuscitare i morti. Ma questi crimini non possono rimanere impuniti”.
È fiducioso?
“È questione di volontà. Troppe volte siamo rimasti indifferenti. Ora succede in Europa. La passività e la compiacenza non sono accettabili. Dobbiamo sapere chi siamo e cosa vogliamo. E agire di conseguenza. È il momento della verità per la giustizia internazionale. Bisogna superare lo scetticismo e gli interessi nazionali. Ricordo sempre l’assioma di Guglielmo d’Orange: ‘Non è necessario sperare per intraprendere né riuscire per perseverare’“.









