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di Francesca Spasiano

Il Dubbio, 4 marzo 2024

Trent’anni dopo il libro e il film di Lina Wertmüller “Io speriamo che me la cavo”, la fiction Rai rimette in scena quegli “irrecuperabili” a cui viene rubata l’infanzia. “Io la parabola che preferisco è la fine del mondo, perché non ho paura, in quanto che sarò già morto da un secolo. Dio separerà le capre dai pastori, uno a destra e uno a sinistra, al centro quelli che andranno in Purgatorio. Saranno più di mille miliardi, più dei cinesi. E Dio avrà tre porte. Una grandissima, che è l’Inferno, una media, che è il Purgatorio, e una strettissima, che è il Paradiso. Poi Dio dirà: “Fate silenzio tutti quanti!”. E poi li dividerà. A uno qua a un altro là. Qualcuno che vuole fare il furbo vuole mettersi di qua, ma Dio lo vede e gli dice: “Ue addo’ vai”. Il mondo scoppierà, le stelle scoppieranno, il cielo scoppierà, Corzano si farà in mille pezzi. I buoni rideranno e i cattivi piangeranno, quelli del Purgatorio un po’ ridono e un po’ piangono. I bambini del Limbo diventeranno farfalle. Io speriamo che me la cavo”.

Trent’anni fa il caso editoriale di Marcello D’Orta e l’omonimo film di Lina Wertmüller, “Io speriamo che me la cavo”, riuscivano in qualcosa di straordinario: mettere in vista gli “irrecuperabili”. Trent’anni dopo la Rai ci riprova, con quel successo acclamato da ogni parte che è la serie tv Mare fuori.

Diciamolo subito: il paragone tra il film del 1992 e la fiction di oggi è abbastanza spericolato. Ma un fatto in comune c’è, oltre all’ambientazione napoletana, e riguarda la capacità di guardare alla cosiddetta devianza giovanile con tutte le sfumature del caso: perché non ci sono i bambini buoni e i bambini cattivi, ci sono i maestri che si rassegnano e quelli che ancora ci provano. Nel caso di “Mare fuori” gli schieramenti sono fin troppo evidenti, tra chi vuole “buttare la chiave” e chi vuole “salvarne almeno uno”.

Dentro il microcosmo dell’Ipm di Nisida non ci sono i maestri, ma abbiamo Beppe e Massimo, l’educatore empatico e il comandante della polizia penitenziaria senza macchia che insieme sfidano il regime della direttrice dal pugno di ferro (la seconda più della prima), che invece è troppo burocrate per sapere come trattare con quei ragazzi. Quasi sempre a spuntarla sono loro, i minori in cella che pur cresciuti troppo in fretta sono ancora bambini, e perciò gli riesce di aprire un varco nel cuore di chi li sorveglia. Anche quelli che sembrano imperdonabili, perduti per sempre.

Qui è inutile dilungarsi sulla varietà di personaggi della serie divenuta un cult, complice la spinta di Netflix e la sigla-tormentone. Ma se la fiction in onda adesso con la quarta stagione piace da matti a tutti, grandi e piccini, una ragione ci deve essere ed è anche una buona notizia. Portare un tema del genere in prima serata è infatti un’operazione che merita la lode, anche se tra la realtà e la fiction c’è grande scarto. Molte delle storie raccontate in tv sono uscite dalla penna della sceneggiatrice Cristiana Farina, che circa vent'anni fa ha frequentato come volontaria l'Istituto penitenziario minorile di Nisida. Dunque sono vere, anche se romanzate. Ma certo la realtà è più complicata. Come fanno notare per primi i ragazzi che a Nisida ci stanno davvero, e che da primi fan seguono le vicende dei loro alterego famosi.

“Hanno vissuto con sentimenti contrastanti il successo di questa serie che in qualche modo parla di loro - racconta al Corriere della Sera il direttore del carcere Gianluca Guida - Da un lato ne sono affascinati, dall'altro, quando se ne parla, sottolineano che la vita in carcere non è come viene raccontata in tv, ma più dura”. E questo non stupisce. Soprattutto se ripensiamo a quei ragazzi che Il Dubbio ha incontrato nel 2020 tra le mura del carcere napoletano, nel bel mezzo della pandemia. “Qua si soffre bene o si soffre male: quando soffri male esci peggiore di quando sei entrato”, ci aveva confessato uno di loro. Nato e cresciuto nel quartiere Santa Lucia di Napoli, a 21 anni era ancora in cella per scontare almeno altri tre anni di pena.

Arrestato per la prima volta a 16 anni, ne aveva già passati in carcere quattro, tra Airola e Nisida, il più grande tra gli Istituti minorili che ospita giovani da tutto il Sud Italia. Per quel ragazzo la sofferenza “è stata buona”, gli ha permesso di capire che “cos’è la vita”. Dentro l’Ipm aveva imparato a fare la pizza, come fanno anche nella serie tv.

E nella realtà, come nella fiction, per alcuni ragazzi che non hanno nessuno ad aspettarli fuori, il sogno di un futuro lontano e diverso è l’unico appiglio possibile per archiviare la vita che si era interrotta varcando i cancelli. Quei cancelli della vecchia prigione borbonica dove si racconta che Bruto avesse ordito la congiura contro Cesare. Quelle sbarre che separano i padiglioni sempre uguali a un paesaggio irripetibile, bellissimo, il mare fuori che fa male a chi sta dentro: “uno spettacolo, ma anche la più grande sofferenza”.

Tutti riusciamo a indovinare perché. Ma “solo chi sta in galera può capire certe cose. In carcere non si sta bene, e chi dice che qua si sta bene, mente. La libertà non ha prezzo”. Ecco, nella distanza tra “voi e noi” c’è il senso di quell’esperienza e di un buon prodotto tv che cerca di raccontare tutto quello che la società esclude allo sguardo.

Per accorciarla, quella distanza, serve di più. Impegno, fatica, e soprattutto coraggio. Ce lo chiedesse anche un solo ragazzo, di quelli che hanno incontrato le strade e le persone sbagliate, fino al paradosso di trovare tra le sbarre l’unica via di uscita. “Io mi sento pronto per uscire, secondo me non ho più bisogno di stare qui. Adesso ho un progetto. Credo che la legge sia troppo severa: a un ragazzo che deve scontare dieci anni gli hai fatto capire la pena? L’hai solo ucciso. Per capire di aver sbagliato ci vuole tempo, ma quando ti senti pronto devi uscire”, diceva quattro anni fa quel ragazzo. E noi speriamo che se la sia cavata.