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di Peter Gomez

Il Fatto Quotidiano, 31 marzo 2022

Mosca, 22 febbraio 2017, in una stanza del ministero della Difesa prende la parola il generale Yuri Balyevsky, ex capo di Stato maggiore. “Dobbiamo smettere di giustificarci”, afferma, ripreso dall’agenzia di Stato Novosti. È in atto “una lotta per il controllo della mente e della coscienza di massa. La vittoria nella lotta dell’informazione, nel mondo attuale, acquisisce più significato di una vittoria militare”. Il ministro della Difesa, Sergey Shoigu, è sulla stessa lunghezza d’onda: “La propaganda deve essere intelligente, competente ed efficace”. Segue una riunione in cui si discutono i metodi da seguire: post sui social in diverse lingue, siti Internet, articoli su Sputnik, servizi su Russia Today e molto altro.

In questi giorni di guerra vera ho ripensato spesso a quell’incontro moscovita. E mi sono chiesto se sapere da anni come Vladimir Putin si sia scientificamente mosso per inquinare i pozzi dell’informazione, spingendo un numero sempre maggiore di cittadini a considerare il suo modello sociale un’alternativa credibile al nostro, non ci fa sbagliare qualcosa nel modo in cui noi, come giornalisti, seguiamo l’aggressione russa all’Ucraina.

Sul campo i media occidentali hanno schierato centinaia di coraggiosi inviati. Nella maggioranza dei casi si tratta di colleghi che guardano bombardamenti, massacri, battaglie dalle retrovie del fronte ucraino. I loro articoli e reportage ci restituiscono fedelmente quello che accade. Ma, giocoforza, ci fanno vedere solo un pezzo della guerra. Quello che succede oltre le linee, e tra le linee, ci è invece quasi ignoto. Dall’altra parte del fronte ci sono invece i soldati russi e giornalisti di Russia Today. Ma quella tv, proprio perché fa parte della dichiarata macchina putiniana della propaganda, non arriva più nelle nostre case.

L’Unione europea, con una decisione discutibile in democrazia, l’ha bandita dai bouquet satellitari. E così chi segue per lavoro la guerra vede fotografie e video pubblicati dai canali Telegram russi, ucraini, ceceni. Alcuni contengono presunte sconvolgenti atrocità commesse da chi si difende: una donna stuprata con una svastica scritta col sangue sul corpo; un soldato ucraino che chiama col telefonino (appena trovato in una tasca di un russo) la fidanzata del morto e gli spiega ridendo come lo ha scannato; dieci prigionieri delle forze di Mosca gambizzati dopo la cattura con colpi sparati al ginocchio, in modo che restino zoppi per sempre; un combattente vivo a terra a cui viene ficcato nell’occhio un pugnale.

Stabilire se siano veri o falsi è difficile. Spesso impossibile. E così, salvo nel caso in cui sugli accadimenti sia stata aperta un’indagine (i prigionieri gambizzati), di questi presunti orrori i media ufficiali occidentali non mostrano nulla. Il pericolo che i video e le foto facciano parte “della guerra per il controllo delle menti” è troppo alto.

Ma, se siamo onesti, dobbiamo ammettere, come ci ha magistralmente raccontato Domenico Quirico su La Stampa, che al di là del dibattito sul singolo video, la guerra, anzi le guerre, sono questo. Atrocità indicibili da entrambe le parti. Che si moltiplicano se, come accade in Ucraina, sul campo di battaglia ci sono mercenari, milizie, squadroni nazisti e combattenti stranieri. Così, in fondo, il dubbio che quelle immagini siano fake e che quindi non vadano giustamente pubblicate, fa comodo a molti. Perché non poter raccontare a generazioni di cittadini che non l’hanno mai vissuta, cosa sia davvero una guerra, rende più facile per chi decide continuare a ripetere: armiamoci e partite.