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di Federica Olivo

huffingtonpost.it, 22 febbraio 2025

Il sottosegretario, condannato per rivelazione del segreto, è stato blindato dalla premier. Rimane con la delega alle carceri, dove potrà veder crescere il “suo” dipartimento per sedare le rivolte, blindare il 41 bis, benedire il nuovo regolamento per gli agenti. Non solo “resta al suo posto”, dopo la condanna a otto mesi per rivelazione del segreto, come dice Giorgia Meloni. Ma il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, potrebbe consolidare ulteriormente il potere nell’ufficio su cui ha le deleghe. Il Dap, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, che gestisce le carceri. Quelle stesse carceri nelle quali si reca spesso senza visitare chi li popola perché (citazione) “non mi inchino alla Mecca dei detenuti”. Che il sottosegretario goda di una sorta di adorazione da parte di un pezzo di quel mondo - soprattutto parte della Polizia penitenziaria - è cosa nota. “Lo chiamano per nome, Andrea, hanno il suo numero personale”, ci dice una fonte ben informata.

Circondatosi da fedelissimi all’interno del Dap - da Ernesto Napolillo, da qualche tempo direttore generale dei detenuti, a Lina Di Domenico che sta reggendo il dipartimento dopo le dimissioni di Giovanni Russo - Delmastro in queste ore sta godendo della solidarietà degli agenti. C’è chi lo fa in maniera riservata, per solidarietà umana. Chi, invece, lo fa pubblicamente, suscitando più di qualche perplessità tra gli addetti ai lavori: “La condanna di Delmastro ci lascia sbalorditi! Al Sottosegretario Delmastro va tutta la nostra solidarietà e guardiamo all’appello per un ribaltamento della sentenza”, si legge in una nota a firma di Daniela Caputo, Segretario Nazionale del Sindacato dei Dirigenti del Corpo di Polizia Penitenziaria. I capi della penitenziaria, insomma, si schierano apertamente e giurano di nuovo fedeltà al loro referente politico. Con tanto di foto sui social - che ricordano le parate che di tanto in tanto fa con la penitenziaria, la più famosa è quella in cui disse che “vedere come non lasciamo respirare chi sta dietro il vetro oscurato (i reclusi, ndr) è per me ragione di intima gioia” - e di singolari fotomontaggi.

Se il tono della nota dei dirigenti penitenziari desta qualche dubbio, non è così diverso il tono del Sappe, sindacato molto rappresentativo della penitenziaria, che ha spesso invitato Delmastro a eventi. Il più noto dei quali è una grigliata nel carcere di Biella la cui eco si è sentita anche in Parlamento. Il vice segretario aggiunto del sindacato, Giovanni Battista De Blasis, ha scritto sul sito poliziapenitenziaria.it un’accorata difesa di Delmastro dopo la condanna. Ieri, dice, c’è stata una “grande festa per una certa politica e una certa stampa a essa collaterale. Sono lieto che Delmastro abbia già dichiarato che non si dimetterà e che Giorgia Meloni abbia avallato la sua decisione, servirà la sospensione dell’incredulità per leggere le motivazioni”.

Delmastro, dunque, rimane al suo posto non solo con la rinnovata fiducia della premier, non solo dell’abbraccio del ministro della Giustizia Carlo Nordio, ma anche circondato dell’adorazione di parte dei suoi sottoposti. Il 41 bis, che dice ci voler difendere, non solo non sarà scalfito - le modifiche umanitarie ipotizzate da Russo sono un lontano ricordo - ma probabilmente, in qualche modo, rinvigorito. Non solo. Mentre si rinsalda in sella gode anche dei primi vagiti della creatura da lui creata: il Gio, il gruppo d’intervento operativo, creato l’anno scorso sulla scia dell’esempio francese, che ha come obiettivo quello di sedare le rivolte. La formazione, con i primi 25 agenti, è al completo. Il reparto, per ora, è stato invocato tre volte: ad Avellino, per il trasferimento di un detenuto che era in stato di sorveglianza particolare, e a Pescara, dove è stata registrata una rivolta. Quando sarà approvato il ddl sicurezza, probabilmente, questo nucleo avrà più lavoro da fare visto che - per volontà dello stesso Delmastro - è stato introdotto il reato di rivolta carceraria. L’ultima volta il Gio è intervenuto proprio oggi, al carcere minorile di Casal di Marmo, a Roma. Intanto, però, la misura è stata accolta tiepidamente. “Al momento, se un direttore chiede l’intervento del Gio, resta responsabile della struttura anche durante l’azione del reparto. E ciò, con tutto quello che ne consegue, dissuade i vertici dal chiederne l’intervento”.

Al Dap, però, stanno studiando come ovviare il problema. Come? Seguendo un aggiornamento tecnologico del motto foucaultiano “sorvegliare e punire”. L’idea allo studio è quella di centralizzare la videosorveglianza delle carceri. Da Roma potrebbero vedere, dunque, 24 ore su 24 quello che succede in tutti i penitenziari d’Italia. Il progetto dovrebbe partire, in via sperimentale, il 28 febbraio. E la cosa già spaventa gli agenti penitenziari meno allineati: “Finirà che lo useranno per controllare noi”, si sfoga uno di loro, che ricorda anche le preoccupazioni sul nuovo regolamento di polizia penitenziaria. La bozza del nuovo documento - lo avevamo raccontato qui - ha destato qualche offesa, per i riferimenti ai “capelli puliti” e i limiti all’estetica delle agenti, ma anche qualche critica per delle norme che sembrano limitare la libertà degli agenti di comunicare dei problemi alle rappresentanze sindacali: “Tra un po’ dovremo porci il problema su se riferire o no che c’è caduta una tegola in testa - dice un poliziotto penitenziario - e invece c’è chi non si fa problemi a divulgare dei documenti segreti”. Chissà se a Delmastro saranno fischiate le orecchie.