di Rita Bernardini
L’Unità, 1 maggio 2026
Dopo la condanna abnorme, i due anni trascorsi nell’inferno delle carceri rumene e l’estradizione in Italia nel carcere di Viterbo, Filippo Mosca deve scontrarsi con i problemi della giustizia nostrana. E, in particolare, della magistratura di sorveglianza: gli negano il permesso perché, si spiega nelle motivazioni, chi non rielabora criticamente il proprio reato resta pericoloso. Ma lui si è sempre dichiarato innocente. Filippo Mosca oggi ha 31 anni. A 28, il 3 maggio 2023, durante una vacanza con amici in Romania per il festival musicale di Mamaia, fu arrestato insieme a Luca Camalleri e a una ragazza che si assunse subito la responsabilità di un pacco contenente droga consegnato in hotel. In un processo sommario, senza distinguere le posizioni, tutti e tre, incensurati, furono condannati a otto anni e qualche mese.
In Italia, una pena simile non sarebbe stata inflitta neanche a un narcotrafficante recidivo. Subire un processo da straniero in Romania è un incubo; basta chiedere a Ornella Marraxia, madre di Filippo e insegnante a Londra, che ha sostenuto spese ingenti per gli avvocati e i viaggi, affrontando carceri rumene peggiori di quelle italiane. Il processo si basava solo su intercettazioni abusive e tradotte male, portando alla condanna anche di Filippo e Luca.
Filippo ha vissuto quasi due anni nelle carceri rumene, rischiando la vita. Il coraggio della madre Ornella è straordinario: sola, ha dovuto affrontare livelli di corruzione sconosciuti. Avvocati, altri detenuti e perfino sconosciuti hanno provato ad approfittare della sua disperazione, proponendo soluzioni costose e spesso irrealistiche. Esiste un sistema che lucra sulle disgrazie altrui. Sapere che il figlio d’inverno era al freddo, isolato per 21 giorni in una cella invasa da topi ed escrementi, poi trasferito in una cella di 35 metri quadri con 24 detenuti, condizioni igieniche pessime, con un buco per terra come gabinetto, sporco e nauseante, e possibilità di lavarsi solo una volta a settimana, raramente con acqua calda, è stato disperante. I riscaldamenti non funzionavano e a Filippo era vietato ricevere una coperta. Il cibo consisteva in una poltiglia sgradevole; chi può compra prodotti confezionati a caro prezzo nello spaccio interno. L’unico aspetto positivo: i detenuti possono chiamare i familiari tutti i giorni. Questa regola ha salvato Filippo, che il 26 gennaio ha denunciato alla madre un’aggressione e minacce con un coltello. Si è salvato grazie alla mobilitazione della madre, avvocati, Nessuno tocchi Caino, il deputato Giachetti e il Ministero degli Esteri.
Dopo quasi due anni di detenzione disumana e una condanna sproporzionata, l’obiettivo diventa uno solo: riportare Filippo in Italia. Grazie all’impegno della madre e dell’avvocata Armida Decina, l’estradizione viene concessa. La speranza è duplice: condizioni di detenzione più umane e possibilità di revisione della pena. Ma la pena resta invariata. Filippo viene assegnato al carcere di Viterbo: sovraffollamento cronico (circa 700 detenuti per 400 posti), carenze strutturali, sanità in affanno, offerta trattamentale quasi inesistente. Un sistema in difficoltà, ma comunque migliore rispetto all’inferno rumeno. Ornella accoglie il rientro in Italia con sollievo, senza immaginare che il confronto con la giustizia italiana sarebbe stato altrettanto doloroso. Arriviamo al punto centrale. Filippo chiede un permesso premio nei termini previsti dalla legge. Il magistrato di sorveglianza rigetta la richiesta, il Tribunale conferma il diniego. La motivazione: “progressi trattamentali” insufficienti, nonostante la condotta irreprensibile e l’adesione a tutte le (scarse) attività proposte.
Il problema sta altrove. L’ordinanza richiama una pronuncia della Cassazione del 2023: oltre alla regolare condotta, serve “assenza di pericolosità sociale”, che viene meno in caso di “mancata rivisitazione critica del pregresso comportamento deviante”. In altre parole, chi non rielabora criticamente il proprio reato resta pericoloso.
Ma come può rielaborare un reato chi si dichiara innocente? Deve confessare ciò che non ha commesso per ottenere un beneficio? Deve mentire per non essere considerato socialmente pericoloso? È questo il messaggio che arriva a Filippo Mosca, in contrasto con i principi della Corte europea dei diritti dell’uomo, secondo cui nessuno può essere costretto a confessare o ammettere una colpa che non riconosce.
Il caso di Filippo è il sintomo di un problema strutturale della magistratura di sorveglianza nel Lazio. I numeri, nel primo semestre del 2025, mostrano uno scarto enorme: in Lombardia risultano 7.308 permessi premio a fronte di circa 8.800 detenuti (circa l’83%, ossia 83 permessi ogni 100 detenuti), mentre nel Lazio i permessi concessi sono 409 su circa 6.700 detenuti (circa il 6%, ossia 6 permessi ogni 100 detenuti). In termini comparativi, il “tasso” lombardo è oltre tredici volte quello laziale. Vero è che il confronto è relativo ad un rapporto aggregato (i permessi possono essere più di uno per la stessa persona e incidono criteri giuridici e prassi applicative), ma la fotografia restituisce comunque un dato politico e amministrativo: nel Lazio l’accesso al permesso premio è, nei fatti, molto più raro.
Nessuno tocchi Caino rivolge un appello alla Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Roma, dott. ssa Marina Finiti, di cui apprezza la sensibilità dimostrata in più occasioni di fronte alle condizioni di detenzione. Le chiediamo un’iniziativa chiara e pubblica sui criteri che, nel Lazio, orientano la concessione dei permessi premio: lo scarto che emerge dai dati del primo semestre 2025 (Lombardia: 7.308 permessi su circa 8.800 detenuti; Lazio: 409 su circa 6.700) interroga il principio di eguaglianza di trattamento e la prevedibilità delle decisioni. Fermo restando che ogni istanza va valutata nel merito e sulla condotta della persona detenuta, chiediamo che siano esplicitati e resi omogenei i parametri decisivi (in particolare quando l’accesso al beneficio rischia di dipendere, di fatto, da una “confessione” o da una lettura stereotipata della pericolosità), così da evitare disomogeneità che trasformano un diritto previsto dall’ordinamento in una lotteria territoriale.
Torno ora alla vicenda che mi ha spinto a scrivere questo articolo: da maggio 2023 sono passati tre anni, ma per Filippo Mosca, la sua famiglia e chi gli è vicino, la via crucis sembra non essere finita. Nemmeno la liberazione anticipata (art 54 OP) del periodo di detenzione in Romania gli è stato pienamente riconosciuto, mentre avrebbe avuto il diritto anche ad avere un ulteriore sconto di pena per le condizioni inumane e degradanti che è stato costretto a patire (art. 35-ter OP). Resta la speranza che riesca a resistere fisicamente e psicologicamente a un’ingiustizia che si consuma giorno dopo giorno, e che il carcere non si confermi il luogo in cui la speranza viene sistematicamente soffocata da disumanità e ipocrisia.











