sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Sergio Genovesi* e Michele Passione**

Il Dubbio, 13 marzo 2023

Si chiama “Prison of peace”: il progetto realizza la “Mediazione inframuraria” e dagli Stati Uniti si è esteso in Europa, Italia inclusa. Il tasso di recidiva dei condannati americani coinvolti? Zero! Il capolavoro è vedere i detenuti acquisire le tecniche dei formatori.

Susan Russo, chi era costei? Nessuno mai ricorderà la storia di una giovane donna americana che venne condannata all’ergastolo per l’assassinio del marito, per un delitto che siamo abituati ad etichettare come efferato, tanto da meritare la dura pena a vita.

L’omicidio del marito, commesso da Susan in complicità con il suo “boyfriend” per ottenere l’indennizzo di una polizza vita da un milione di dollari, fu consumato nell’abitazione familiare e nella stanza a fianco di quella nella quale dormivano i due piccoli figli della coppia. Era l’anno 1994 e da quel momento Susan rimase ad espiare la pena nella Valley State Prison for Women di Chowchilla (California), fino alla sua morte, sopravvenuta nel settembre 2022.

Eppure noi vogliamo ricordare Susan per il merito della iniziativa assunta con ostinazione nel 2007, dopo 13 anni di carcerazione; l’iniziativa di scrivere centinaia di lettere a mediatori dello Stato della California per attirare l’attenzione sul ricorrente dato della conflittualità delle relazioni tra le detenute e con i componenti dello staff interno, tutte caratterizzate dalla violenza e dall’incapacità di convivere.

Il suo grido di aiuto, a denuncia della propria esperienza e della maturata autoconsapevolezza, non ricevette una sola risposta per due lunghi anni. Solo nel 2009 due mediatori, Laurel Kaufer e Douglas E. Noll, si decisero a darle ascolto. In particolare Noll, avvocato, mediatore, peacemaker e trainer, tanto da dichiarare “I’m many things to many people”, dopo molti incontri e approfondimenti arriverà a definire un metodo di mediazione dei conflitti violenti, strutturando un percorso di formazione a più livelli, basato solo sullo sviluppo delle capacità empatiche fondamentali, esistenti in tutte le persone, anche nei carcerati.

Nacquero così le prime sperimentazioni, giusto nell’istituto penitenziario di Susan, e andò affinandosi il metodo-programma “Prison of peace Usa”: era l’anno 2010. Venne esteso nel tempo prima a cinque e poi a numerose altre carceri, arrivando a dotarsi di una équipe di quasi 500 operatori: ad oggi risultano avervi partecipato su base volontaria oltre 15.000 detenuti, che una volta rimessi in libertà hanno consentito di verificare il clamoroso risultato di zero recidive. Schematicamente, il work progress definito in manuali di teoria e di metodologia pratica parte da un primo circolo (cerchio della pace) nel quale il conduttore e i facilitatori professionali sviluppano la capacità di ascolto e di gestione dei gruppi di dialogo dei detenuti.

Nel secondo livello il peace making, ovvero il pacificatore formato nel primo livello, lavora sui temi della comunicazione efficace, dell’abilità di problem solving e della responsabilità morale. Nel terzo livello si affronta la capacità di mediazione per la risoluzione dei conflitti, arrivando a formare la figura del mediatore. Lo sviluppo successivo è quello della formazione del mentore, che affianca e supporta i nuovi studenti in tutti i livelli, per approdare infine al trainer, che è formatore e promotore della cultura di “Prison of peace”.

In buona sostanza dalla riduzione dei conflitti personali si passa alla abilità di utilizzo (peacemaking) e via via al rafforzamento delle capacità, diventando punti di riferimento per la sostenibilità (sistema che si autoalimenta), per il migliore impiego delle risorse e per l’obiettivo della sicurezza, fino al riscatto, basato sull’ascolto e sul riconoscimento degli altri. Lo schema ellittico vede l’evoluzione degli stessi detenuti portati al livello dei loro formatori professionali, ed è affascinante constatare la riuscita di una simile osmosi, che vede lo studente divenire insegnante, impiegando utilmente i tempi anche morti della coercizione carceraria.

I successi conseguiti hanno valicato l’oceano e nel 2016 è nata “Prison of peace Greece”, che grazie allo straordinario lavoro di Dimitra Gavrill ha introdotto il programma in 12 istituti, conseguendo risultati così positivi da attirare l’attenzione del Consiglio d’Europa, che ha appunto nominato Gavrill direttrice del programma europeo. Una volta tanto e fortunatamente l’Italia ha anticipato le buone propensioni europee, per merito di una “piccola ma grande” associazione, attiva da anni soprattutto presso la Casa circondariale di Mantova, ove ha operato sul fronte dell’inserimento lavorativo e sull’individuazione del percorso rieducativo: la Libra Ets.

Dopo una ricerca di tecnici e l’incontro formativo con l’ottima Gavrill, si è deciso di replicare il modello con sperimentazioni all’interno delle carceri di Mantova e Cremona. E così è nata nell’anno 2021 “Prison of peace Italy”, che sta programmando la concretizzazione del progetto in almeno altre 10 carceri italiane entro il 2024.

La presentazione dell’iniziativa è stata fatta a Mantova grazie all’attiva collaborazione degli avvocati della Camera penale della Lombardia Orientale, e verrà trasferita nei prossimi giorni a Bergamo, a Brescia e a Cremona, presso le relative Sezioni della stessa Camera penale.

Tra l’altro, l’esperienza qui descritta, e introdotta anche in Lombardia, trova oggi una possibilità di ulteriore sviluppo con l’intervento operato dal decreto legislativo 150/2022, che all’articolo 78 prevede una modifica dell’articolo 13 o.p., con l’indicazione secondo la quale “nei confronti dei condannati e degli internati è favorito il ricorso a programmi di giustizia riparativa”.

Favorire l’incontro, abbassando il livello dello scontro. Viviamo, sai che novità, una stagione incerta: basta guardare la legge di Bilancio per rendersene conto. Tra gli spaventosi tagli ai fondi del settore e la non rassicurante linea politica di continuità da parte del nuovo governo (e del nuovo Parlamento) brilla tuttavia la fiammella della giustizia riparativa.

Visto che non è ancora spenta e che i supporti dall’esterno divengono almeno integrativi se non fondamentali, accogliamo “Prison of peace” con sincero entusiasmo. Non sarebbe il caso di ricordare l’art. 27 della Costituzione e la differenza che può passare tra la pena e riscatto; lo è in questa occasione e su questo giornale perché Il Dubbio ha sempre saputo tenere alta la bandiera su queste tematiche. È il caso cioè di aver sempre ben presenti le esigenze del contratto sociale, in modo da sforzarci senza remore di dare la stessa dignità a tutti i cittadini in una prospettiva positiva di umanità e di rieducazione.

Ed è il caso di rinnovare l’impegno contro la bestialità ambientale e la disumanità permanente, anche con questo strumento. Grazie dunque a Susan Russo, a Laurel Kaufer e a Douglas E. Noll! Ed oggi grazie all’Associazione Libra Ets, che si trova a Mantova in strada Gambarara 19: il suo presidente Angelo Puccia, come gli altri collaboratori, in particolare Giorgio Bonfanti, possono essere raggiunti allo 0376-1591511, pronti a programmare la realizzazione del progetto di “Prison of peace” sull’intero territorio italiano e comunque a divulgarne l’esperienza.

*Avvocato del Foro di Mantova

**Avvocato del Foro di Firenze