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di Andrea Spinelli Barrile

Il Manifesto, 3 agosto 2022

I responsabili agli arresti presso una base Monusco. Kinshasa li vuole per processarli. L’ondata di rabbia anti Nazioni unite, impersonate dalla missione di peacekeeping Monusco in Repubblica Democratica del Congo, ha intrapreso una spirale al ribasso pericolosissima per la tenuta della zona dei Grandi Laghi e della stessa missione Onu.

La sintesi delle proteste che da oltre una settimana si registrano nelle diverse città delle regioni orientali della Rdc la offre alle agenzie internazionali il movimento nonviolento congolese Lotta per il Cambiamento (Lucha): “Siamo di fronte a una forza che ha tutti i mezzi militari, logistici e finanziari per porre fine alle attività dei gruppi armati. Non li usa e di conseguenza chiediamo la partenza di questi turisti”.

In una situazione di tensione crescente, da un lato per la pressione che le milizie riescono ad esercitare sulle comunità e dall’altro per le proteste contro l’insicurezza e contro chi, secondo i congolesi, dovrebbe proteggerli, ovvero la missione Onu, domenica è successo quanto di più grave poteva accadere. Al posto di confine di Kasindi tre camion militari e un blindato, bianchi e con le insegne Onu, provenienti dall’Uganda hanno forzato il passaggio in territorio congolese, nonostante il rifiuto dei doganieri e della popolazione locale, sparando ad altezza d’uomo, uccidendo due persone e ferendone 15. La spiegazione data alla stampa da Bintou Keita, a capo della Monusco, è incredibile: la brigata Monusco era formata da militari che rientravano da un congedo che “hanno aperto il fuoco al posto di frontiera per ragioni inspiegabili e si sono fatti strada con la forza”, un atto “irresponsabile” per la Monusco deplorato anche dal segretario generale dell’Onu Antonio Guterres. Un atto che non è spiegabile nemmeno con lo stress, visto che i militari erano forze fresche in arrivo.

Un fatto di sangue grave che rafforza le accuse della scorsa settimana da parte delle autorità congolesi, e dei manifestanti, alla stessa Monusco, accusata di aver sparato alzo uomo sulla folla a Goma, Butembo, Beni ed altre città di Nord e Sud Kivu, uccidendo in totale 19 persone. Tre, invece, i caschi blu morti negli scontri. Altri due invece sono caduti uno “accidentalmente” (afferma Monusco), l’altro durante uno scontro con la milizia M23. I militari che domenica scorsa hanno forzato il checkpoint di Kasindi e sparato sui civili, invece, si trovano agli arresti presso una base Monusco, con le autorità di Kinshasa che chiedono vengano loro consegnati per il processo. Nel frattempo però Kinshasa, a reti unificate, chiede calma alla popolazione.

La confusione nelle regioni orientali della Rdc regna incontrastata: ieri a mezzogiorno la polizia congolese ha sparato gas lacrimogeni per disperdere i manifestanti anti-Monusco a Beni, mentre le Forze armate congolesi sparavano in aria a scopo intimidatorio. L’obiettivo dei manifestanti era la base Onu che già la settimana scorsa era stata messa sotto assedio, come a Butembo e a Goma, dove il quartier generale Monusco è stato saccheggiato mercoledì scorso da una folla inferocita e dove ieri il vicesegretario generale dell’Onu Jean-Pierre Lacroix ha commemorato la morte dei cinque caschi blu caduti nell’ultima settimana.

L’effetto di stress prolungato dell’insicurezza in quelle zone dell’Africa (la Monusco, con diverse sigle, è presente dal 1999) è esploso con la manifesta incapacità delle Nazioni unite di contrapporsi ai gruppi armati, che oggi conoscono un nuovo periodo d’oro. La vicenda che portò alla morte dell’ambasciatore italiano Luca Attanasio, un anno e mezzo fa, è avvenuta proprio in questo contesto, che nel frattempo si è ulteriormente aggravato.