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di Antonella Napoli

 

Il Dubbio, 17 ottobre 2020

 

Come ogni giorno Miryam Abdelgadir prepara le taniche da riempire con l'acqua potabile del pozzo più vicino alla sua capanna, che dista circa tre chilometri dal campo profughi di Mayo. Si carica sulle spalle l'ultima nata dei suoi cinque figli, che sta ancora allattando, e si incammina lungo la strada fangosa che parte dall'insediamento che accoglie gli sfollati scampati alle inondazioni causate dalla stagione delle piogge più devastante degli ultimi 100 anni. Oltre 300 morti e 600 mila abitazioni distrutte.

Il racconto del percorso democratico del Sudan non può che cominciare da Miryam: lei come tutte le donne sudanesi rappresentano plasticamente la forza di un popolo che dopo una dittatura durata trent'anni porta avanti, tra innumerevoli inciampi, una svolta epocale. Un deciso cambio di passo che ha convinto gli Stati Uniti a riprendere le relazioni con il Paese africano, come testimonia la visita di fine agosto del segretario di Stato Usa Mike Pompeo che ha annunciato aiuti per le conseguenze delle alluvioni da parte di Washington.

Impegno che ha anticipato la lettera inviata al Senato a metà settembre per chiedere di rimuovere il Sudan dalla lista dei Paesi "sponsor" del terrorismo e dare così al governo di Khartoum una chance in più nel difficile processo di transizione politica. Una decisione che passa anche per la normalizzazione dei rapporti con Israele. Dall'incontro a sorpresa in Uganda nel febbraio di quest'anno tra Benjamin Netanyahu e il generale Abdel Fattah Al Burhan, presidente del consiglio sovrano del Sudan, la Casa Bianca ha avviato un intenso pressing su Khartoum.

Non mancano frizioni nella trattativa, dovute al malcontento dell'ala islamista che ancora si annida nei palazzi del potere sudanesi e che ha spinto il premier Abdalla Hamdok ad affermare che "l'eventuale rimozione dalla black-list non può essere collegata alle relazioni con gli israeliani".

Il governo transitorio guidato da Hamdok, un economista che ha alle spalle importanti esperienze internazionali, è nato il 17 agosto dello scorso anno con la firma della dichiarazione costituzionale, dopo il golpe dell'11 aprile del 2019 che destituì il presidente - dittatore Omar Hassan al-Bashir. Una transizione che si è tinta di rosa con l'abrogazione di leggi vessatorie nei confronti delle donne, come gli articoli del codice penale relativi all'abbigliamento e alle libertà personali, norme estremamente restrittive basate sulla Sharia, la legge islamica.

"Nonostante le intimidazioni e le vessazioni che fin dalla nascita subivamo, siamo scese in piazza in migliaia: almeno il 70% della popolazione femminile. Chiedevamo democrazia e libertà ma anche politiche di tutela e di protezione delle donne.

Oggi il governo sta portando avanti un cambiamento radicale nei confronti delle donne, che va dalla cancellazione del divieto di viaggiare senza il permesso di un maschio della famiglia, alla criminalizzazione delle mutilazioni genitali femminili" spiega Amira Abdelnabi, avvocato e attivista politica che durante le rivolte era stata arrestata e tenuta in carcere una settimana per aver partecipato a una manifestazione a Khartoum.

Con l'approvazione del testo di legge che Amira stessa ha contribuito a scrivere, il governo ha trasformato in reato un'usanza arcaica. La nuova norma punisce tanto la pratica clandestina quanto gli interventi effettuati in strutture mediche. L'esecutivo ha disposto in questi mesi anche la soppressione del reato di apostasia e di sodomia, punibili con la pena di morte, e del consumo di alcol, ma quest'ultimo solo per i non musulmani che rappresentano il 3 per cento della popolazione sudanese. Hamdok, che esaurirà il suo compito con la convocazione delle elezioni previste nel 2022, ha avviato anche un piano di salvataggio economico sostenuto da un iniziale prestito della Banca Mondiale di 2 miliardi di dollari.

Uno dei punti chiave del programma, presentato dal Ministero delle Finanze la scorsa primavera, la rimodulazione dei sussidi per il pane e il carburante, tra i fattori scatenanti delle rivolte che avevano portato alla caduta del regime. L'autorevole primo ministro del Sudan, che per anni ha prestato servizio nella Commissione economica delle Nazioni Unite, ha voluto trasformare gli aiuti di Stato in trasferimenti diretti di denaro alle famiglie più povere. Non senza qualche malumore e proteste.

"Risollevare le sorti di un'economia in profonda crisi e con un debito spaventoso si sta rivelando impresa ardua quasi quanto porre fine a una guerra" confessa il vicepresidente del Consiglio sovrano Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto come "Hemetti", ex comandante delle Forze di Supporto Rapido, i famigerati "janjaweed", letteralmente "diavoli a cavallo".

A lui, che ha guidato per anni la repressione violenta del dissenso in Darfur, su cui la Corte penale internazionale ha avviato un'inchiesta per "crimini di guerra, crimini contro l'umanità e genocidio", è stato affidato il compito di portare avanti il processo di pace con i gruppi ribelli che durante i negoziati con il governo sudanese hanno chiesto e ottenuto l'abrogazione della legge che aveva istituito in Sudan l'Islam come religione di Stato.

L'intesa raggiunta lo scorso 31 agosto a Juba, capitale del Sud Sudan, è stata sancita dalla firma dell'accordo definitivo di pace con i rappresentanti politici del Sudan Revolutionary Front, alleanza che riunisce una ventina di gruppi armati delle regioni del Darfur e del Sud Kordofan, il 3 ottobre. Un risultato storico, impensabile fino a qualche mese fa, che pone fine a un conflitto durato oltre 17 anni.