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di Valentina Errante


Il Messaggero, 24 gennaio 2020

 

"La giustizia vendicativa distrugge insieme gli individui e la stessa polis". L'anno accademico di Roma Tre si apre con la lectio magistralis di Marta Cartabia. Alla prima uscita pubblica, la neo eletta presidente della Corte costituzionale, cita le Eumenidi di Eschilo, la tragedia greca nella quale la vendetta si interrompe davanti a un tribunale.

È quasi un manifesto programmatico di una concezione della giustizia "rinnovata, che guarda al futuro piuttosto che pietrificarsi su fatti passati che pure sono incancellabili", come spiega Cartabia che oppone Atena alle dee della vendetta, le Erinni. Una giustizia volta a riconoscere, riparare, ricostruire, ristabilire, riconciliare, restaurare, ricominciare, ricomporre il tessuto sociale.

"Una giustizia - dice la presidente della Consulta - caratterizzata dal prefisso "ri" che guarda in avanti e allude alla possibilità di una rinascita: senza cancellare nulla - anzi ricordando tutto". Nelle conclusioni ha poi accennato a un paradosso: "Anche le operazioni più civilizzate della giustizia, in particolare nella sfera penale, mantengono ancora il segno visibile di quella violenza originale che è la vendetta".

Alla cerimonia di inaugurazione, a sorpresa, ha fatto il suo ingresso il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, arrivato durante l'intervento della sindaca di Roma Virginia Raggi, interrotta dall'applauso della sala. Napolitano ha poi preso posto accanto a Cartabia, che lui stesso aveva nominato giudice costituzionale. Nel corso della prolusione, Cartabia ha tratteggiato la figura del giudice ideale, quasi un monito: "Qualunque sia lo stile decisionale, il giudice deve giustificare il suo decidere. Compito del giudice è rendere ragione di ciò che ha deciso; farsi comprendere; convincere; persuadere".

"Occorre una parola di giustizia - ha sottolineato - una parola che si esprime nel processo e culmina nella assegnazione della pena o nell'assoluzione". Un riferimento anche al ruolo della Corte: "Giustizia e parola non possono andare disgiunte: né nell'azione dei soggetti processuali, né tanto meno in quello del giudice, chiamato a motivare a rendere ragione della decisione presa", ha spiegato.