di Marcello Sorgi
La Stampa, 6 ottobre 2024
Da Palazzo Chigi a Palazzo della Consulta, sede della Corte costituzionale. Dopo settimane di rinvii, tanto che era intervenuto anche il Capo dello Stato per sollecitare il Parlamento a esprimersi, Meloni ha deciso di imprimere un’accelerata alla scelta del quindicesimo giudice, sedia attualmente vacante. In un primo momento era sembrato che l’orientamento fosse quello di attendere la scadenza di altri tre membri della Corte, per eleggerli insieme, in modo da poter applicare la Costituzione, che prevede un quorum largo per far sì che maggioranza e opposizione trovino un punto d’incontro.
Diversamente Meloni si è convinta che il destra-centro abbia i numeri per procedere all’elezione del giudice mancante. E ha designato come candidato il suo consigliere giuridico Marini, autore, tra l’altro, della proposta di elezione diretta del premier. Teoricamente potrebbe anche farcela, dato che nel 2022 la coalizione di cui è a capo, ottenne un grandissimo numero di seggi, grazie al meccanismo maggioritario dell’attuale legge elettorale e al sostanziale abbandono del campo da parte del centrosinistra (Conte non volle allearsi con Letta, allora segretario del Pd). Di qui la convocazione dei parlamentari del destra-centro “senza eccezione alcuna”, come recita l’appello per lo scrutinio.
Si sa che nelle votazioni sui nomi non è facile trattenere i franchi tiratori, che colgono l’occasione per regolare i propri conti con il governo e in questo caso anche con la premier. Così la decisione di Meloni rappresenta un’arma a doppio taglio, perché in caso di bocciatura del candidato Marini (che ha come unica colpa l’essere troppo vicino alla presidente del consiglio) il “no” si potrebbe intendere indirizzato contro Meloni.
L’idea di una Corte costituzionale che risponda al governo, perché al suo interno esisterebbe una maggioranza simile a quella dell’esecutivo, sarebbe una novità assoluta, trattandosi del più alto organo di garanzia, che trova la ragione della sua esistenza proprio nel poter pronunciarsi liberamente pure contro il governo e il Parlamento. Tra le prime questioni in arrivo sul tavolo della Consulta, la riforma delle autonomie differenziate. Se fosse dichiarata incostituzionale si aprirebbe un grosso problema politico all’interno della maggioranza.











