di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 1 maggio 2026
L’esecuzione della pena può fermarsi senza scadenza quando il condannato è in condizioni di salute gravissime e irreversibili. Lo ha stabilito la Corte costituzionale con la sentenza 66 che affronta un tema centrale per la dignità in carcere. La questione era nata da un dubbio del Tribunale di Bologna su un uomo condannato a tre anni e mezzo, ormai devastato da deficit cognitivi e motori in una casa di riposo. Per i giudici bolognesi non era giusto obbligarlo a continue visite mediche per confermare quello che la scienza sa già. Chiedevano di poter dichiarare che la pena non può più essere eseguita.
La Consulta ha scelto una via diversa: la legge attuale permette già di evitare accanimenti burocratici. Non serve cambiare le norme se il magistrato può sospendere la pena senza fissare un termine finale. Spesso si crede che il rinvio debba essere breve, costringendo i Tribunali a rivedere il caso ogni pochi mesi. La sentenza chiarisce invece che, se la patologia è senza ritorno, si può decidere di non mettere date al provvedimento. La Cassazione va proprio in questa direzione. Il rinvio dura quanto serve se la malattia è irreversibile.
Così si evita un ciclo di controlli che il tribunale di Bologna vedeva come lesivo dei diritti. Il giudice deve bilanciare salute, senso della pena e sicurezza. Se il condannato non è pericoloso e la condizione è disperata, la sospensione a tempo indeterminato rispetta la Costituzione. La decisione non è scritta nella pietra: resta revocabile se dovesse succedere l’imprevedibile, come una guarigione insperata. Ma fino ad allora, la persona ha il diritto di non subire una macchina burocratica inutile. La dignità non può essere calpestata da una burocrazia cieca.
Punire chi non è più cosciente svuota la funzione rieducativa della pena. La sentenza 66 conferma che gli strumenti esistono già, basta che i magistrati usino il potere di non fissare termini davanti al dolore certo. È un richiamo alla concretezza e al rispetto del dolore che evita di trasformare la giustizia in una macchina ripetitiva e insensibile alle reali condizioni di chi ha di fronte.











