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di Ilario Lombardo

La Stampa, 3 novembre 2024

La premier ha dato mandato di trattare sullo schema proposto dalla segretaria Pd. Due giudici alla maggioranza, uno alle opposizioni e un quarto dal profilo “tecnico”. Tre giorni fa il presidente del Senato Ignazio La Russa si diceva “convinto” che “in una situazione di emergenza”, come fecero Giorgio Almirante e d Enrico Berlinguer, anche Giorgia Meloni ed Elly Schlein “potrebbero parlarsi per il bene dell’Italia”. Il cofondatore di Fratelli d’Italia ricordava gli anni del terrorismo, quando lui era un giovane militante del Msi, e il suo segretario di allora ebbe incontri e colloqui segretissimi con il capo dei comunisti italiani subito dopo la drammatica scomparsa di Aldo Moro. Momenti tragici della storia repubblicana che non hanno nulla di paragonabile oggi all’orizzonte. Ma non è da escludere che La Russa in fondo fosse mosso dalla tentazione di svelare quello di cui dentro FdI si parla da giorni. Meloni sarebbe pronta ad accettare l’accordo proposto da Schlein per sbloccare le nomine dei giudici costituzionali, finite nel pantano dello scontro politico e dei veti parlamentari.

La preoccupazione di Mattarella - Tra poco più di quaranta giorni la Consulta perderà altri tre giudici per fine mandato. Uno di loro è il presidente, Augusto Barbera. In tutto – contando Silvana Sciarra, che ha concluso il suo incarico a fine 2023 – saranno quattro a lasciare la Corte. E le Camere rischiano di arrivare a quella data frammentate e incapaci di scegliere i successori. Con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che potrebbe essere costretto a intervenire di nuovo, e che ha già informalmente fatto arrivare alla premier e ai leader dei partiti la preoccupazione per uno stallo istituzionale che si sta irresponsabilmente trascinando da troppo tempo.

Meloni ha insistito fino a che ha potuto, tentando un blitz per scardinare i numeri dell’elezione in seduta congiunta di deputati e senatori, e promuovere alla Corte il suo consigliere giuridico, Francesco Saverio Merini, una delle menti del premierato. L’Aventino delle opposizioni, uscite dall’Aula al momento del voto, ha sabotato questo tentativo e spinto Meloni a cambiare strategia. I numeri non danno grandi speranze. E la strada, di fatto, diventa obbligata: la maggioranza deve accettare un compromesso con gli avversari. Meloni ha dato mandato agli uomini al vertice di Fratelli d’Italia di trattare sullo schema che propone Schlein e che prevede due giudici costituzionali – e non più tre – indicati dal centrodestra, uno dall’opposizione, e un “tecnico”, non affiliabile ad alcun partito.

Per quest’ultimo, secondo un’ipotesi anticipata ieri da Il Messaggero, la scelta potrebbe cadere su Roberto Garofoli, magistrato, ex presidente al Consiglio di Stato, ex capo gabinetto di diversi ministri dell’Economia ed ex sottosegretario della presidenza del Consiglio, quando a Palazzo Chigi sedeva Mario Draghi. In cima alla lista dei profili vagliati da chi la segretaria ha delegato per lo scouting c’è Andrea Pertici, professore di Diritto costituzionale all’Università di Pisa, membro della direzione nazionale del Pd a guida Schlein. Un nome che non è così gradito all’area riformista dei democratici e su cui andrà misurata la tenuta del fragile asse ritrovato con Matteo Renzi. Pertici nelle vesti di avvocato della Procura di Firenze ha difeso i pm di fronte alla Corte Costituzionale chiamata ad esprimersi sul conflitto di attribuzione sollevato da Renzi dopo l’acquisizione di chat e mail nell’inchiesta sulla Fondazione Open. Quasi inutile aggiungere, inoltre, che Pertici è un oppositore del premierato. Anche in questo caso non ha risparmiato riferimenti al leader di Italia Viva, ex premier ed ex segretario del Pd: “Una riforma indecifrabile che unisce i flop di Berlusconi e di Renzi”, sostenne un anno fa.

Attraverso Pertici si intravede il senso che può assumere l’operazione di Schlein: un patto con Meloni per favorire l’elezione dei due costituzionalisti più vicini alle leader. Uno scambio che arriverebbe non in un momento non facile per il cosiddetto campo largo, mentre Giuseppe Conte esce indebolito dal disastro del Movimento 5 Stelle in Liguria. Ma la Consulta è solo uno dei due capitoli principali nella lunga e faticosa trattativa della destra con le opposizioni. L’altro è la Rai, a sua volta collegata alle scelte che verranno compiute sui giudici costituzionali. Per spazzare via l’immagine di impotenza e marginalità, Conte ha riaperto i negoziati su Viale Mazzini, come il Pd ha fatto sulla Consulta. Lo scoglio resta Simona Agnes, consigliera di amministrazione indicata da Forza Italia come presidente. Senza i voti di una parte delle opposizioni, la sua nomina resta impossibile. FdI e FI confidano molto negli Stati Generali fortemente voluti da Conte e da Barbara Floridia, presidente della commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai. Il convegno del 6-7 novembre dedicato alla tv pubblica produrrà alcune linee programmatiche per la futura riforma della Rai. Meloniani e azzurri sono pronti a mostrarsi disponibili con le proposte di Conte. In cambio, però, vogliono il via libera al Cda.