di Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 30 gennaio 2025
Rinvio di almeno due settimane. Il ministro Ciriani: non c’è il clima bipartisan. Lo stallo sul nome di FI. Slitta ancora, “almeno di due settimane”, l’elezione dei quattro giudici mancanti alla Corte Costituzionale. Un effetto collaterale del caso Almasri che infiamma i rapporti tra maggioranza e opposizione. Ma non solo. “Il clima non mi pare che sia di quelli che consentono un voto bipartisan”, ha dichiarato il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani, che ne detiene il termometro, fornendo la motivazione ufficiale di un ennesimo rinvio certamente non auspicato dal Quirinale. Ma molti, a microfoni spenti, ieri dicevano che il motivo del rinvio è che non ci sono ancora i nomi sul tavolo.
Quelli dei 4 giudici, infatti, devono essere scritti sulla stessa scheda ed eletti nella medesima votazione. Maggioranza e opposizione concordano nella logica di “pacchetto”: due dalla maggioranza, uno dall’opposizione e un quarto “tecnico”. Ma se FdI resta convinta di sostenere Francesco Saverio Marini e il Pd pensa di ottenere il consenso su Massimo Luciani, sugli altri due è buio. Manca il nome di Forza Italia. Dopo aver oscillato tra il viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, e il senatore Pierantonio Zanettin, si annuncia di aver deciso ma di non voler dire il nome per non “bruciarlo”.
Giungono echi di accese discussioni interne tra le due anime del partito. Sfumata l’ipotesi di una pace sul nome dell’avvocato Andrea Di Porto, che non entusiasmava Ronzulli e i suoi, il dossier è ora direttamente nelle mani di Antonio Tajani. Ma anche sul candidato “tecnico” si discute. Maggioranza e opposizioni si accusano reciprocamente di proporre candidati che in realtà sono connotati politicamente. Oltretutto il riserbo di FI sul candidato manda all’aria il già difficile sudoku, non consentendo di capire se sia stata tutelata o meno la componente femminile.
Ove il giudice di area FI fosse un uomo si propenderebbe per una donna come candidato tecnico. Quindi se ne riparlerà tra “almeno due settimane” si sussurra in Transatlantico. Un po’ perché al Senato nella prossima settimana non sono previste sedute d’Aula, ma solo di commissione. E la presenza dei senatori è meno compatta.
Un po’ perché il muro contro muro sulla richiesta delle opposizioni che siano la premier Meloni o i ministri Nordio e Piantedosi a riferire in Aula sul riaccompagnamento in Libia del torturatore Almasri inquina i rapporti. Un po’ perché la “quadra” non c’è. Con buona pace del massimo organo di legittimità costituzionale costretto a lavorare a ranghi ridotti.
È undici il numero minimo di giudici richiesto. E sono esattamente undici quelli rimasti. C’è la concreta eventualità quindi che anche una sola assenza, magari per motivi di salute, o una incompatibilità, paralizzi le decisioni.











