di Stefano Passigli
Corriere della Sera, 1 febbraio 2021
I dati dimostrano che un legame tra spesa pubblica e consenso elettorale è indubbiamente possibile, ma non tra legge elettorale - maggioritaria o proporzionale che sia - e qualità della spesa. In un suo recente articolo a favore di una legge elettorale maggioritaria (Corriere della Sera, 23 gennaio) Angelo Panebianco sostiene l'esistenza di un rapporto tra leggi elettorali e spesa pubblica, affermando che il proporzionale, rendendo più instabili i governi, spinge i governanti a ricercare consenso incrementando la spesa pubblica per erogare "beni privati" a vantaggio dei propri sostenitori, piuttosto che "beni pubblici" a vantaggio dell'intera comunità.
Il punto sollevato da Panebianco è interessante perché se fosse supportato da adeguata evidenza risolverebbe la eterna disputa tra proporzionale e maggioritario. Purtroppo, l'evidenza non permette di risolvere la questione. Su queste colonne ho più volte affermato che non esistono leggi "sbagliate" da rifiutare sempre, o leggi "giuste" buone per ogni tempo e Paese.
Ogni legge va giudicata nell'ambito del sistema in cui è chiamata a operare, e giudicata per gli effetti che concorre a produrre in quello specifico sistema. In Germania, ad esempio, il proporzionale, corretto da una adeguata soglia di sbarramento e dalla sfiducia costruttiva, ha assicurato una stabilità di governo molto superiore a quella assicurata al Regno Unito dal maggioritario. Potrei portare numerosi altri esempi, e non dubito che Panebianco potrebbe oppormi esempi contrari. In breve, le leggi elettorali sono solo uno degli elementi che spiegano il funzionamento di un sistema, e hanno effetti mutevoli al cambiare degli altri elementi sistemici.
Credo perciò che non sia assolutamente possibile affermare l'esistenza di una correlazione da condannare tra legge elettorale proporzionale e spesa pubblica orientata alla erogazione di beni privati - o per meglio dire alla soddisfazione di interessi privati e settoriali - e di converso una correlazione virtuosa tra maggioritario ed erogazione di beni pubblici nell'interesse della intera collettività.
La storia italiana dall'inizio della Repubblica lo dimostra con chiarezza: fino ai primi anni Settanta il rapporto debito/Pil è stato intorno al 35%, e una grande classe politica ha orientato la spesa pubblica negli anni del centrismo e del primo centro-sinistra a sostegno della crescita economica e dell'ampliamento dei diritti civili e sociali, ricostruendo il nostro Paese, sollevandolo da storiche miserie e riducendo le diseguaglianze.
Per tutto questo periodo avevamo una legge elettorale proporzionale. Ancora nel 1980 il rapporto debito/Pil era al 55%, malgrado l'aggravio di spesa rappresentato dall'istituzione del Servizio Sanitario Nazionale e delle Regioni, nella logica di Panebianco misure entrambe qualificabili come beni pubblici. A partire dagli anni Ottanta la spesa esplose con i governi Craxi e Andreotti. La legge elettorale era ancora la stessa. La differenza, dunque, non la fa la legge elettorale, ma la qualità della classe politica.
Nel 1996 il rapporto debito/Pil era al 120%. In cinque anni il centro-sinistra di Prodi-D'Alema-Amato, lo riportò con Ciampi al Tesoro a quota 106%. E perse le elezioni. Berlusconi che governò 10 dei 12 anni tra il 2001 e il 2013 riportò il deficit oltre quota 130%. Per tutto il periodo a partire dal 1994 la legge elettorale era la stessa e sostanzialmente maggioritaria. La differenza ancora una volta non la fa la legge elettorale ma la qualità della classe politica.
I dati su indicati dimostrano che un legame tra spesa pubblica e consenso elettorale è indubbiamente possibile, ma non tra legge elettorale - maggioritaria o proporzionale che sia - e qualità della spesa. L'esperienza italiana non conferma il rapporto tra proporzionale e spesa pubblica senza freni e con obiettivi particolaristici, indicando semmai il contrario, posto che il nostro debito pubblico si consolida e il rapporto debito/Pil cresce soprattutto durante il periodo in cui il nostro sistema elettorale è stato il maggioritario, e la nostra spesa pubblica non ha sostenuto grandi e onerose riforme perdendosi piuttosto a pioggia in mille rivoli.
Purtroppo, la variabile che spiega il successo dell'azione di governo nei primi decenni della storia repubblicana e l'attuale impasse è la qualità della classe politica. Spero che su questo Panebianco convenga, e anche che sia con me d'accordo che occorre riportare i cittadini a partecipare attivamente alla politica, innanzitutto dando loro il diritto di scegliere i propri rappresentanti ponendo fine allo scandalo dei parlamentari "nominati". Nel 1992 le élites del nostro Paese si mobilitarono per cambiare un sistema ormai logoro, e in un decennio l'Italia consolidò almeno la sua posizione in Europa. Dopo altri venti anni di una transizione senza successo occorre che le nostre élites rinnovino quell'impegno.











