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di Thomas Bendinelli

Corriere della Sera, 26 aprile 2026

Lo storico Conti: tanti italiani faticano a riconoscersi nella Carta. Professor Davide Conti, come sta la nostra Costituzione nata dalla Resistenza? “Anche col recente voto, soprattutto di tanti giovani, gli italiani hanno voluto dire che la Costituzione è meglio tenersela così com’è. Gli scenari generali ci mostrano un’ascesa dei populismi, la messa in discussione del diritto internazionale, di organismi come le Nazioni Unite e di tutto quell’assetto nato dopo il secondo conflitto mondiale. Oggi vediamo una crisi delle democrazie liberali, incapaci di dare una risposta al grande tema delle disuguaglianze. Ebbene, la nostra non è una democrazia liberale, bensì costituzionale, che mette al centro proprio la questione sociale e quindi impone di combattere le disuguaglianze. In questo senso, l’attuale crisi è per noi anche un’opportunità per ridare vigore ai dettami costituzionali”.

 Il 25 aprile si è mosso anche quest’anno tra celebrazioni in piazza e tentazioni revisioniste...

“Sì, il 25 aprile ha due problemi. Il primo è il rischio di una retorica celebrativa che, col tempo, ha finito per sfibrare la forza della Resistenza la quale, se non viene messa in relazione con il presente, diventa qualcosa di lontano, difficile da comprendere, soprattutto per i più giovani. Una retorica che, paradossalmente, ha finito con il danneggiare il senso e lo spirito della Resistenza. Dall’altra parte c’è un vero e proprio antagonismo alla memoria, espressione di una destra di radice missina che non ha mai riconosciuto la Resistenza come fondamento della Costituzione e della Repubblica”.

 Questa negazione della lotta antifascista è una specificità italiana?

“Dei tre Paesi dell’Asse, l’Italia è l’unico nel quale si è sviluppato un movimento armato di resistenza e questo, coniugato al fatto che è qui che è nato il fascismo, ha dato un elemento di unicità alla Resistenza. Dopodiché c’è il problema della memoria, che non è solo italiano. Se pensiamo alla Spagna e alla Guerra civile, lì c’è una memoria divisa, con addirittura una diretta discendenza tra il golpe che rovescia la Repubblica e la monarchia erede di Franco. I conflitti in Catalogna e nei Paesi Baschi non nascono per caso. In Italia la Resistenza ha rifondato lo Stato ma non poteva rifondare le memorie di quel passato ed è un dato di fatto che una parte della società ha sempre fatto fatica a riconoscersi nella Costituzione nata dalla sconfitta del fascismo”.

 Nei suoi studi lei richiama spesso lo sfondo della guerra fredda...

“Proprio così. Il contesto non è stato neutro: c’era un mondo separato in due che ha diviso le forze politiche, ha rotto nei fatti l’arco costituzionale e ha comportato un indebolimento del paradigma resistenziale. Col risultato che fino agli anni Novanta parlare di guerra civile è stato considerato un tabù. Fu lo storico Claudio Pavone a costruire un ragionamento più ampio intorno alla Resistenza e a questo concetto, che prima era stato utilizzato solo da Giorgio Pisanò (fascista, poi repubblichino e poi missino, ndr), ma in modo strumentale e finalizzato a una parificazione tra fascisti e resistenti”.

 Nei suoi lavori si è soffermato anche sulla continuità tra apparati del fascismo e Repubblica...

“Sì, ci fu addirittura un congelamento istituzionale per diversi anni. La Corte costituzionale nasce nel 1956, il Csm nel 1959, le Regioni nel 1970, il referendum arriva nel 1974, la riforma sanitaria nel 1978. Questo ritardo è figlio anche della continuità degli apparati: a metà anni Sessanta la gran parte dei prefetti, dell’alto funzionariato dei ministeri chiave, dei vertici delle forze armate e dei servizi proveniva dal periodo precedente. Persino l’accesso delle donne in magistratura arriva solo nel 1963 (una legge fascista lo impediva). È una continuità che ha pesato sullo sviluppo della democrazia”.