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di Goffredo Buccini


Corriere della Sera, 6 febbraio 2021

 

Il presidente Mattarella ha tentato di preservarci con un estremo appello alle energie migliori della nazione, indicandone il nome di Mario Draghi quale sintesi. Libertà o sicurezza. Al fondo del sentiero, davanti all'Italia potrebbe esserci ancora questo bivio classico: una scelta dolorosa che si ripropone nella storia, e dalla quale il presidente Mattarella ha tentato di preservarci con un estremo appello alla razionalità e alle energie migliori della nazione, indicandone il nome di Mario Draghi quale sintesi.

Zygmunt Bauman ricordava come la relazione dialettica, di odio-amore, tra questi due valori "così indispensabili a una vita decente e così difficili da riconciliare e godere contemporaneamente", libertà e sicurezza, appunto, fosse parte inalienabile della condizione umana. Il Ventunesimo secolo, coi suoi coriandoli di tragedia, ha spazzato via il dogma della modernità novecentesca, l'illusione di avere il controllo delle nostre esistenze, riconsegnandoci infine al presente... di una volta: in balìa della paura. E quando il livello di guardia della paura viene superato, fino a farci sentire minata la nostra sicurezza e quella di coloro che amiamo, siamo disposti a cedere quote via via più significative di libertà, secondo un immutabile movimento pendolare che risale almeno all'antica Roma e arriva almeno fino al Patriot Act quale reazione degli americani all'aggressione islamista dell'11 settembre.

Questa, e non altra, è la vera posta in gioco. E le delegazioni che si avvicendano in queste ore davanti al premier incaricato dovrebbero tenerlo ben presente. Andrebbe dunque evitata la tentazione, comprensibile certo, di piantare bandierine attorno al perimetro del tentativo di Draghi. O di innalzarvi totem identitari quali, a seconda di chi salga sul proscenio, il reddito di cittadinanza e la patrimoniale o la difesa di quota 100 e la caccia ai migranti, la pregiudiziale antileghista o il Ponte sullo Stretto o, addirittura, la rivendicazione (forse un po' ingenua) di una sorta di primogenitura sul premier incaricato sottolineando di averne a suo tempo agevolato il percorso verso i vertici di Bankitalia e della Bce. Allo stesso modo, bisognerebbe evitare di usare Draghi come arma per regolare conti interni ai partiti o agli schieramenti, perché in queste ore non si tratta di decidere il futuro di Giorgetti o di Bettini, o di trovare un nuovo lavoro a Di Maio: il futuro e il lavoro in gioco sono quelli di sessanta milioni di persone.

I "sì" al tentativo cominciano a fioccare, assieme alla caduta verticale dello spread. Ma se, nelle prime ore, questo nuovo esecutivo pareva il governo di nessuno, adesso non deve diventare il governo del "troppa grazia", frutto di un assalto italico che rischi di far deragliare la diligenza: il cui percorso è in realtà segnato dai punti fissati da Mattarella e dalla minuziosa descrizione che martedì sera, fallita l'esplorazione di Roberto Fico, il presidente ha fatto di ciò che accadrebbe all'Italia se, sia pure con incontestabile legittimità, abbracciasse l'opzione del voto anticipato.

L'incrocio tra mesi di campagna elettorale, che nei fatti inizierebbe sin da subito, e la necessaria redazione del Recovery plan da spedire in Europa entro fine aprile, inquinerebbe certamente con promesse irrealistiche i programmi di rilancio: i fondi europei, ad essi condizionati, potrebbero non arrivare mai a salvarci, a fronte di un debito pubblico che quest'anno toccherà il 160% del Pil. Le riforme indispensabili (giustizia, burocrazia, fisco, concorrenza) non verrebbero neppure incardinate. La campagna vaccinale ancora assai incerta e, in special modo, l'organizzazione sul territorio delle vaccinazioni di massa, da varare quando le dosi saranno sufficienti, con prevedibili scontri ulteriori tra potere centrale e poteri locali, andrebbe a scontare l'assenza di un governo nella pienezza delle funzioni: così come l'emergenza sociale, già oggi gravissima, che si farà drammatica da fine marzo con lo sblocco dei licenziamenti.

Più ancora che le parole, dovrebbero indurre a riflessione il volto e il tono del capo dello Stato quando ha rammentato che riavemmo un governo funzionante solo quattro mesi dopo lo scioglimento delle Camere del 2013 e cinque dopo quello del 2018. Stavolta, sciogliendo le Camere subito, si potrebbe arrivare a giugno-luglio, fuori tempo massimo per evitare un triplo tracollo: sanitario, economico e sociale.

È giusto pretendere una risposta matura, adesso, da un'orchestra politica che negli ultimi anni ha steccato tutti gli spartiti così da indurre in gran sospetto il Financial Times che, pur col massimo apprezzamento per le "eccezionali capacità politiche" mostrate da Draghi e per la sua "reputazione mondiale brillante", teme che al premier incaricato venga riservato, al meglio, il destino di Mario Monti, caduto gradualmente "nelle mani dei partiti". È un monito da non prendere sottogamba.

Ciò che può accadere in questo 2021 ai nostri posti di lavoro e alle scuole dei nostri figli, ai nostri risparmi e all'efficienza degli apparati dello Stato, se non verrà governata con serietà la più grave emergenza della storia repubblicana, è qualcosa in grado di indurre ben più che una reazione di paura nella nostra comunità: qualcosa tale da riattivare alla fine, a fronte di una bancarotta sociale non arginata dalla razionalità politica, il moto consueto del pendolo verso una spasmodica richiesta di sicurezza, anche in cambio di una proporzionale riduzione di libertà. Non ci rassicuri la nostra affiliazione alla famiglia europea. L'Unione, tra proclami e misure inefficaci, s'è già acconciata da un pezzo a convivere borbottando con qualche democratura dai limitati diritti civili. Rischiamo l'impatto con un meteorite: dai rappresentanti degli italiani è lecito attendersi qualcosa di più che un pigolio di interessi di bottega.