di Franco Corleone
Messaggero Veneto, 31 luglio 2019
L'omicidio ignobile di un carabiniere a Roma nei giorni scorsi da parte di due giovani statunitensi ha rivelato tutto il peggio degli umori incontrollati di un paese incattivito. Esponenti della Lega e Salvini in prima persona urlano contro la "droga" come se la war on drugs non avesse prodotto danni tremendi nel mondo e come se in Italia la scelta proibizionista non avesse provocato l'intasamento dei tribunali e il sovraffollamento nelle carceri come dimostra il Libro Bianco della Società della Ragione.
Per fortuna in molti paesi, dall'Uruguay al Canada, e in dieci stati americani avanza una politica fondata invece sulla legalizzazione della canapa e su una intelligente politica di decriminalizzazione del consumo e di efficaci scelte di riduzione del danno. Addirittura viene evocata la necessità della pena di morte che la Costituzione della Repubblica italiana non ammette in maniera assoluta e categorica.
Chi fa parte del Governo e ha giurato sul rispetto della Carta dovrebbe essere richiamato su una contraddizione censurabile. Si sprecano le invettive sul fatto che i colpevoli dovrebbero marcire in carcere. Gli stessi toni erano stati usati dopo l'arresto e il ritorno in Italia di Cesare Battisti. Le frasi orribili di Salvini e del ministro della Giustizia Bonafede violavano l'articolo 27 della Costituzione e le norme dell'Ordinamento penitenziario inneggiando a un linciaggio mediatico e mortificando la dignità di una persona prigioniera.
Credo che Alessandro Manzoni e Leonardo Sciascia si siano rivoltati nella tomba di fronte a tale barbarie. Proprio per andare in direzione ostinata e contraria e indicare una diversa visione di civiltà vale la pena ricordare un altro caso di giustizia cieca e in cui i piatti della bilancia non sono in equilibrio. Dobbiamo riandare al dicembre 1981 quando fu sequestrato il generale americano Lee Dozier, liberato dalla polizia alla fine di gennaio del 1982.
Cesare Di Lenardo era uno dei carcerieri del generale e fu sottoposto dopo l'arresto a Padova a gravi sevizie e torture denunciate subito da Pier Vittorio Buffa, giornalista dell'Espresso che per la sua ricerca della verità fu addirittura arrestato. L'episodio venne fatto entrare in Parlamento immediatamente dai radicali. Di Lenardo da allora è in carcere.
Sono passati ben trentotto anni per la consolazione di coloro che affermano che l'ergastolo non esiste e che dopo ventisei anni di pena si può uscire dal carcere. Io penso che un individuo che da giovane ha aderito alle Brigate Rosse ma che non si è macchiato di reati di sangue, dopo tanto tempo abbia pagato il suo debito per le colpe commesse e che la giustizia dello stato democratico non possa tenere in cattività, fino alla morte, una persona.
Neppure chi combatteva lo Stato con metodi violenti nell'illusione della rivoluzione. Il silenzio copre questa storia che non può essere sepolta con una pretesa irriducibilità. Massimo Peresson, uno spirito libero, trasgressivo e battagliero di Piano d'Arta, cuore della Carnia, ha preso a cuore questa vicenda che ha iniziato una corrispondenza con Cesare Di Lenardo, originario della provincia di Udine. Recentemente ha avuto un lungo incontro nel carcere di Terni dove Di Lenardo è detenuto in una condizione di pesante isolamento.
Questa prova di dialogo potrà essere un primo passo per sciogliere un macigno che imprigiona una condizione unica legata a vicende tragiche di quarant'anni fa. Ricordo che Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse, scrisse parole limpide contro la pena di morte e contro l'ergastolo spiegando il valore della giustizia non come smodata ricerca della vendetta. Forse il Presidente Mattarella sentirà l'imperativo di una riflessione rigorosa ma anche umana.
*Già Sottosegretario alla Giustizia










