di Giovanni Salvi*
La Stampa, 30 dicembre 2023
Quando si parla di sovraffollamento il problema sono le strutture, non l’alto numero di prigionieri. I nuovi penitenziari dovranno essere pensati con spazi di inserimento al lavoro. Sulla Stampa del 28 dicembre Donatella Stasio, a fronte del drammatico sovraffollamento nelle carceri, indica la scelta cui si avvicinò nel 2013 la Corte costituzionale, il numero chiuso. La Corte non fece il passo decisivo e demandò la soluzione al Legislatore. La Corte Suprema degli Stati Uniti impose invece, nel 2014, proprio quel meccanismo.
Nella celebre sentenza La Plata, infatti, essa stabilì che la dignità del detenuto prevale sulle esigenze securitarie e indicò nel 135% il limite massimo rispetto alla capienza, oltre il quale lo Stato ha l’obbligo di scarcerare - secondo criteri di sua scelta - i detenuti in eccesso. Il giudice conservatore Antonin Scalia, in una opinione dissenziente molto decisa, arrivò a scrivere che la Corte metteva in libertà tre divisioni di delinquenti (46 mila detenuti oltre il limite).
Il principio affermato non è diverso da quello che portò la Procura generale, durante il Covid, a indicare alle Procure della Repubblica, competenti per l’esecuzione delle misure restrittive, la via della prevalenza del diritto alla salute sulla sicurezza.
È difficile fare paragoni. Gli Stati Uniti ricorrono alla carcerazione con estrema facilità, tanto da essere al sesto posto al mondo nel rapporto tra detenuti e popolazione. L’Italia, invece, non è affatto il Paese del carcere, come sembrerebbe dal senso comune diffuso negli interventi di questi giorni. Questo punto è però, a mio parere, centrale.
Il sovraffollamento non dipende affatto da un elevato numero di detenuti, ma dalla inadeguatezza delle strutture carcerarie. L’Italia è attualmente al 150° posto nella graduatoria mondiale per rapporto tra detenuti e popolazione e segue di molto Paesi europei come la Francia, la Gran Bretagna, il Portogallo e la Spagna, secondo i dati al 31 ottobre di quest’anno del World Prison Brief. Eppure, nessuna di queste nazioni ha un livello di criminalità endemica paragonabile a quello italiano. È vero che i grandi successi nel contrasto alla criminalità organizzata dal 1992 hanno portato a una radicale diminuzione degli omicidi. Ma questo risultato si è ottenuto anche al prezzo di un gran numero di detenuti di alta sicurezza, oltre 10 mila, in massima parte membri di associazioni mafiose. Questo dato altera le comparazioni internazionali, perché reati per noi ormai bagatellari e procedibili a querela sono altrove considerati gravi.
Dunque, l’Italia non è il Paese del carcere e lo sarà ancor meno quando si vedranno gli effetti delle ulteriori misure previste dalla riforma Cartabia. L’Italia è invece il Paese dove vengono detenuti soprattutto i marginali. Sono infatti oltre il 30% i detenuti di origine straniera, mentre pochissimi quelli per reati tipici dei colletti bianchi. Una detenzione ben mirata, che colpisce prevalentemente gli emarginati.
Tra questi, più di mille sono doppiamente discriminati. Essi scontano pene brevi, ma non possono beneficiare di misure alternative in quanto privi di domicilio, perché immigrati o perché rifiutati dalle famiglie. Che fine ha fatto il programma ministeriale avviato qualche anno fa, fortemente stimolato dalla Procura generale, per la ricollocazione di questi detenuti in alloggi controllati, messi a disposizione dalle Regioni? Vi erano stati primi risultati molto positivi, con effetti anche deflattivi. Si procede su questa strada?
Un approccio non ideologico al tema del carcere vorrebbe dunque che si realizzasse un numero di posti negli istituti penitenziari rapportato alle effettive esigenze, adeguato a un Paese civile per qualità degli alloggi e per disponibilità di strutture volte al reinserimento sociale o alla cura. Le esigenze, poi, vanno rilevate non sui propri desideri, ma sulla realtà di un Paese con livelli diffusi di criminalità, anche grave. Meglio un posto in più che molti in meno. E non se ne abbia paura, perché - si afferma da taluno - se aumentano i posti in carcere, aumenterà anche il numero di detenuti. Non si possono far soffrire coloro che scontano la pena oggi, in vista di un futuro migliore. Inoltre, le misure alternative al carcere sono ormai fortemente radicate nel nostro ordinamento e farle funzionare vuol dire anche far sì che esse non svolgano una impropria funzione deflattiva, ma quella per cui sono nate: rapportare la specie della pena a colui che la deve espiare, realizzando quotidianamente il principio del carcere come ultima ratio, volto al reinserimento sociale del reo. Solo questo, credo, contrasterebbe efficacemente il rischio del pendolo dell’opinione pubblica, pronta a ritornare alla richiesta di più carcere sotto la pressione di politiche securitarie, di cui si avverte già il peso, con la creazione di nuovi, fantasiosi reati. Questo pernicioso approccio si contrasta prendendo la sicurezza sul serio, coniugandola con i valori costituzionali.
I nuovi istituti dovranno essere concepiti avendo come stella polare il reinserimento sociale, con spazi adeguati ai percorsi di risocializzazione e alla possibilità di lavorare. È questo il nodo da affrontare: non far pagare alla persona privata della libertà scelte politiche sbagliate e fare invece prevalere nell’immediato la tutela della sua dignità; lavorare al contempo, con determinazione e con le risorse necessarie, per creare nuove strutture, concepite sin dall’origine per garantire il rispetto della dignità e dunque il diritto al lavoro e ai percorsi di risocializzazione.
*Già Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione










