di Carlotta Rocci
La Repubblica, 14 maggio 2021
La denuncia dell'osservatorio di Antigone dopo il caso di Bouchta El Allam che incitava a distruggere il Vaticano e sterminare gli ebrei. La radicalizzazione nelle carceri si combatte con la libertà religiosa. È la tesi dell'osservatorio di Antigone, l'associazione che si occupa della tutela dei diritti nel sistema penale. Il tema è sul tavolo dal 2015, quando il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria ha firmato un protocollo con l'Unione delle Comunità islamiche italiane (Ucoii) per permettere l'accesso in carcere di imam riconosciuti e autorizzati dal ministero dell'Interno, che promuovessero una visione democratica dell'Islam.
L'associazione Antigone denuncia però che questo protocollo ha trovato una scarsa applicazione nella realtà: oggi in Italia sono solo 13 gli imam esterni, legati al protocollo Ucoii e autorizzati a entrare in carcere, e molti di loro lo fanno senza continuità soltanto nel periodo del Ramadan o in occasione di qualche festa religiosa. Al di fuori del protocollo con le comunità islamiche sono 43 i ministri del culto islamico autorizzati. I cappellani cattolici nelle carceri italiane sono 314.
Secondo i dati del ministero della Giustizia sono circa ottomila, a gennaio 2020, i detenuti di fede islamica: per questo motivo in molte carceri sono gli stessi detenuti a guidare la preghiera e - spiega l'associazione Antigone - "può capitare che a prendere la guida della preghiera non sia chi conosce meglio il Corano, ma chi ha più carisma, cosa che non può mettere al riparo da rischi di radicalizzazione". Anche Bouchta El Allam si è avvicinato al Corano in carcere e qui è diventato imam proponendosi come guida nella preghiera del venerdì.
Nel 25 per cento delle carceri visitate da Antigone nel 2020, non entrava nessun ministro di culto diverso dal cappellano. Nell'80 per cento degli istituti penitenziari, d'altronde, non esistono luoghi di culto dedicati alla preghiera per i non cattolici, si legge nei rapporti dell'associazione. "Fatti come quelli nel carcere di Alessandria dimostrano come invece si debba investire in questa direzione - dichiara Michele Miravalle, coordinatore dell'osservatorio di Antigone sulle condizioni di detenzione - Auspichiamo che le notizie dell'indagine alessandrina possano spingere il ministero della Giustizia e il governo a investire nel diritto alla libertà di culto in carcere, anche in un'ottica di contrasto alla radicalizzazione. I numeri degli imam esterni autorizzati ad entrare in carcere è irrisorio rispetto alla popolazione detenuta di fede islamica: gli strumenti, come il protocollo con l'Unione delle Comunità islamiche, esistono ma vanno applicati, altrimenti diventano inutili".











