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di Daniele Susini*

Il Domani, 8 settembre 2026

A breve alla Camera verrà discusso il testo. Numerosi studiosi ritengono che il provvedimento possa essere non solo inefficace, ma persino controproducente. il punto non dovrebbe essere semplicemente quello di introdurre una nuova definizione giuridica dell’antisemitismo, soprattutto se controversa e priva di sufficiente consenso scientifico. Partiamo da una certezza: in Italia come in buona parte del mondo assistiamo a una forte recrudescenza dell’antisemitismo, nelle sue forme tradizionali e nuove. A breve alla Camera verrà discusso il ddl sull’antisemitismo. Numerosi studiosi ritengono che il provvedimento possa essere non solo inefficace, ma persino controproducente, alimentando ulteriori ostilità verso Israele e, paradossalmente, anche verso gli ebrei.

Il problema non è una legge contro l’antisemitismo, né rafforzarne il contrasto, ma il recepimento della definizione IHRA di antisemitismo. Una definizione discussa e criticata ben prima del 7 ottobre 2023. Il nodo centrale riguarda il possibile slittamento tra antisemitismo e opinioni sullo Stato ebraico, quando queste costituiscano una critica politica, anche aspra, nei confronti di Israele e delle sue politiche. È una distinzione che richiede particolare attenzione, soprattutto nel dibattito pubblico contemporaneo. La definizione IHRA, attraverso alcuni dei suoi esempi, pone infatti il problema di una possibile politicizzazione della categoria dell’antisemitismo: il rischio è che determinate critiche a Israele vengano ricondotte all’antisemitismo non per il loro contenuto razzista o discriminatorio, ma per il semplice fatto di riguardare Israele.

Un caso concreto è quello della denuncia presentata da Marco Carrai, console onorario d’Israele, nei confronti di due persone per un commento sui social: “Israele è odio e morte”. Secondo la denuncia, quella frase avrebbe potuto configurare numerosi reati, dalla minaccia a un corpo politico, alla diffamazione aggravata e istigazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. La difesa, condotta dallo studio Ghinelli di Rimini, ha sostenuto che, quella frase non costituisse né una minaccia né un invito alla violenza, ma rientrasse nella critica politica allo Stato di Israele.

Il procedimento è stato archiviato dal tribunale di Firenze. Razzismo di Stato. Le destre e l’asse sull’antisemitismo Contrasto e cultura Il caso pone però una domanda essenziale: dove finisce la critica a uno Stato e alle sue politiche e dove comincia l’antisemitismo? E quali saranno le conseguenze quando una definizione pensata per identificare l’antisemitismo verrà incorporata in una legge? Se l’obiettivo è combattere l’antisemitismo, dobbiamo essere certi che gli strumenti adottati siano efficaci e rispettosi dei principi costituzionali in particolare le libertà di espressione e opinione, centrali in ogni democrazia avanzata. Possiamo assumerci il rischio di avere una legge contro l’antisemitismo potenzialmente anticostituzionale: sarebbe un serbatoio infinito per i già numerosi complottisti.

Per questo, a mio avviso, il punto non dovrebbe essere semplicemente quello di introdurre una nuova definizione giuridica dell’antisemitismo, soprattutto se controversa e priva di sufficiente consenso scientifico. Un provvedimento serio dovrebbe fare riferimento agli strumenti già esistenti, a partire dalla legge Mancino, e concentrarsi sul rafforzamento delle politiche di prevenzione e contrasto. Ma soprattutto dovrebbe aprire una nuova stagione di interventi educativi e culturali. Gli enti istituzionali preposti al monitoraggio e alla prevenzione dell’antisemitismo hanno competenze importanti, ma dovrebbero diventare più attivi e costruire una rete stabile con scuole, università, enti locali e associazioni.

Occorrerebbe inoltre rinnovare profondamente lo studio della Shoah. Troppo spesso viene affrontata attraverso celebrazioni e ricorrenze, mentre dovrebbe tornare a essere un vero approfondimento storico e politico. Per la stessa ragione, la Shoah non dovrebbe essere studiata isolatamente, ma collocata in un percorso sulle atrocità di massa, sui genocidi, sulle persecuzioni e sulla costruzione dell’alterità nel mondo contemporaneo.

Un percorso che metta in relazione la storia della Shoah con quella della Palestina e di Israele, senza sovrapporre vicende differenti e senza trasformare la memoria della Shoah in uno strumento di legittimazione o delegittimazione. Contrastare l’antisemitismo significa anche sottrarlo alla strumentalizzazione politica, riconoscerne la specificità senza separarlo dalle altre forme di razzismo e discriminazione e costruire strumenti capaci di distinguere con precisione l’odio antiebraico dalla legittima critica. Se vogliamo davvero combattere l’antisemitismo, abbiamo bisogno di strumenti che funzionino. Ma, ancora di più, di una società che sappia riconoscerlo, comprenderne le radici e reagire prima che diventi violenza. La repressione può essere necessaria; da sola, però, non sarà mai sufficiente. L’antisemitismo è la polvere sotto il tappeto della destra.

*Storico