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di Isaia Sales

 

Il Mattino, 8 maggio 2019

 

"Chi mi chiede se Michael Sullivan era una brava persona o solo un poco di buono, io do sempre la stessa risposta, dico soltanto: era mio padre!". Sono le ultime parole di un film indimenticabile di Sam Mendes (con un'interpretazione superlativa di Tom Hanks) che racconta di un ragazzino che in circostanze tragiche viene a sapere che il suo affettuoso padre non è altro che un killer spietato al servizio di un boss mafioso.

E sarà lui stesso coinvolto nelle conseguenze delle attività paterne. Non si può non pensare a questo film nel commentare ciò che è avvenuto in questi giorni a Napoli dopo che una bambina è stata gravemente ferita da una pallottola vagante (durante un regolamento di conti davanti a un bar in una piazza affollata) e il giorno dopo il figlio di un boss della camorra ha guidato il corteo di protesta contro la disumanità del "mestiere" del padre: "Io sono Antonio Piccirillo.

Mio padre, Rosario Piccirillo, ha fatto scelte sbagliate nella vita. È un camorrista. E io voglio lanciare un messaggio ai figli di queste persone: amate sempre i vostri padri, ma dissociatevi dal loro stile di vita. Perché la camorra è ignobile, ha sempre fatto schifo e non ha mai ripagato". Parole da sottoscrivere. Come quelle di Annabella Serra, battagliera madre in lotta contro la chiusura di una scuola di Pagani, figlia del boss "Cartuccia", recentemente balzata alla cronaca per l'intenzione di candidarsi a consigliere comunale: "Quando mio padre è morto avevo poco più di 19 mesi.

Ci siamo ritrovati da soli, io e i miei fratelli a rimboccarci le maniche e siamo andati avanti con umiltà e voglia di riscatto". Aggiunge Serra: "Se c'è qualcosa che ho imparato da lui, soprattutto grazie ai miei fratelli, è che dovevo prendere una strada diversa dalla sua. Oggi mio figlio sogna di essere un magistrato antimafia".

O le parole che Luigi Cantelli, un giovanissimo laureato in economia, nipote del boss Bidognetti (detto Ciccio 'e Mezanotte), ha usato per candidarsi alle prossime elezioni a Casal di Principe: "Nessuno al momento della nascita ha la possibilità di scegliere i propri familiari, ma non ho mai avuto rapporti con lui, ne condanno moralmente le azioni, che hanno danneggiato anche indirettamente la mia persona".

E Renato Natale, il sindaco uscente, un simbolo della battaglie contro i clan dei casalesi, così ha dichiarato: "Ci ho pensato a lungo prima di accettare la candidatura del nipote di Bidognetti. La scelta di rompere con il passato va consolidata". O quelle ancora di Vincenzo Pirozzi, figlio di Giulio, boss del clan Misso, attore, sceneggiatore e regista (ha girato alcune puntate di "Un posto al sole" e ha recitato in Gomorra): "Ho una storia particolare, mio padre è in carcere in regime di 41-bis perché era un boss. Sono tanti anni che un vetro mi separa da mio padre, anni in cui non ho potuto nemmeno toccarlo. Paradossalmente la realtà si cambia con una sola cosa, quella del vivere la quotidianità. Vivere il buono e il brutto, ma sapendo quale scegliere per sé. Il proprio destino si sceglie".

Alcuni anni fa Maria Rosa Nuvoletta, un'apprezzata insegnante, scrisse un romanzo dal titolo significativo, "Legami d'amore", sul suo difficile e complesso rapporto con il padre (il boss di Marano) e la sua famiglia. E Nunzio Giuliano, che aveva parlato della dissociazione dall'attività della sua famiglia criminale di Forcella in Diario di una coscienza (dopo la morte del figlio per overdose) aveva rappresentato tragicamente la difficile condizione di chi vuole sottrarsi al destino della nascita e ne viene lo stesso travolto: fu ucciso come vendetta trasversale per il pentimento del fratello Luigi. Anche nelle università succede che studenti appartenenti a famiglie malavitose chiedano di svolgere tesi sul tema della lotta alla camorra.

A me è capitato di darne alcune. I casi sono ormai molti e forse è venuto il momento di una riflessione più attenta sul fenomeno della dissociazione dei figli e parenti di camorristi dall'attività dei padri e dei propri familiari. A dimostrazione che non c'è niente di già scritto e predeterminato per i figli dei boss o per chi è dentro la malavita. E anche se quelle sopra descritte fossero delle eccezioni, o pochi casi isolati, andrebbero comunque conosciute e interpretate. Perché se non si rompe quel mondo dall'interno, la battaglia contro le camorre e le mafie non può essere mai vinta.

Solo quando la rottura culturale e sociale arriva a toccare gli stessi membri delle famiglie criminali, allora si può dire di essere all'inizio della fine del dominio mafioso. Certo, la ribellione al sistema mafioso e camorristico di chi non ne fa parte è importante e decisivo, perché ci segnala che il consenso criminale riguarda chi vive e lavora a ridosso di esso (e non sono pochi, indubbiamente), ma una ribellione dall'interno ci indica che quel mondo è disgregabile e attaccatile, a condizione però che non ci si limiti ad affrontarlo esclusivamente sul piano militare: su quel fronte ci vogliono anche altre armi, e quelle culturali e sociali sono fondamentali.

Il regno della camorra e delle mafie deve essere attaccato soprattutto dall'interno. E quanto abbiamo raccontato ci dimostra che le condizioni soggettive per farlo ci sono, mancano però quelle oggettive, cioè gli strumenti, le risorse, la pazienza, l'abnegazione e la volontà politica per farlo. Non è vero che non c'è niente da fare, quel mondo non è inespugnabile.

Ci vuole fatica, passione e tempo, ma si può fare. Gerry Savastano indubbiamente è una realtà e non semplicemente una finzione di una famosa serie tv. I figli dei boss in linea di massima ripetono la vita dei padri. E la maggior parte dei giovanissimi che finiscono in galera o nelle carceri minorili sono già segnati da parenti che erano finiti a loro volta in carcere.

E più comodo, e ci impegna di meno, sostenere che quello è un universo dai percorsi segnati. Ma se ci rassegniamo alla inamovibilità di quel segmento sociale anche il nostro (apparentemente lontano) ne sarà influenzato e condizionato. Parafrasando Jean Jacques Rousseau ("La ricchezza dei poveri è data dai loro figli; quella dei ricchi dai loro genitori") si potrebbe concludere che la ricchezza dell'antimafia è fatta anche dalla diserzione dei figli dei mafiosi.