di Simona Musco
Il Dubbio, 30 gennaio 2024
Il corpo di Beniamino Zuncheddu è stato piegato più dalla speranza che dal torto subito. Una speranza che ha risvegliato in lui il pensiero, tenuto a bada per 33 anni, di poter vedere riconosciuta quell’innocenza che ha sempre urlato, ma che nessuno ha mai voluto ascoltare. Perché la sua non è una semplice storia di errore giudiziario: quello a suo danno assomiglia più a un complotto, una macchinazione che ha stritolato la vita di un uomo privandolo di tutto. Zuncheddu è entrato in carcere da giovane, a 27 anni, accusato per una strage, quella del Sinnai, che non ha mai compiuto. E ne è uscito da vecchio, come ha riassunto lui stesso. Una frase semplicissima e insieme devastante per chi crede nella giustizia. Come Mauro Trogu, l’avvocato che lo ha salvato da quel dramma. Che con l’ingiustizia subita da Zuncheddu aveva perso la fiducia in quel sistema che oggi, anche grazie a lui, può dirsi - in parte - riabilitato.
Avvocato, come si è avvicinato al caso Zuncheddu?
Sono stato incaricato dalla sorella di Beniamino, a fine 2016, per ottenere una misura alternativa alla detenzione, dopo l’ennesimo rifiuto. In carcere gli era stato detto che per uscire l’unica cosa da fare era confessare. Lui a questa cosa qua proprio non ci ha mai pensato, neanche lontanamente. Provava sconforto. Quando la sorella mi ha raccontato dell’andamento del processo di merito io non le ho creduto. Ma quando ho letto le sentenze ho cambiato idea.
Cos’è cambiato?
Mi sono sentito veramente turbato. Era chiaro che fossero ingiuste. Lui è stato condannato sulla base di una testimonianza oculare: in questo ovile vennero uccise tre persone e una si salvò. Quest’uomo divenne il testimone a carico di Beniamino, ma solo 45 giorni dopo i fatti. Inizialmente disse che non era nelle condizioni di riconoscere chi aveva sparato, perché l’aggressore - corpulento e agile - aveva un collant da donna sul volto. Poi, improvvisamente, cambiò versione: disse di aver mentito per paura.
Lei come ha capito che si trattava di una bugia?
Al pm descrisse un volto, ma era più la discrezione di una fotografia, quella di Zuncheddu, che gli era stata mostrata. Descriveva l’ombra sotto il mento, che era l’ombra del flash. Così ho capito che questo cambio di versione era stato determinato dal lavorio di un poliziotto che, tra l’altro, al dibattimento, ammise candidamente di aver ritenuto menzognera la prima dichiarazione e di averlo spinto con un’opera di persuasione a dire la verità, in tanti colloqui mai verbalizzati - altra grande anomalia -. Così contattai un criminologo esperto di psicologia della testimonianza, Simone Montaldo, il quale mi spiegò i gravissimi danni che può fare sulla memoria questo modo di condurre le indagini.
Questo bastava a riaprire le indagini?
Servivano dati oggettivi più solidi. Abbiamo deciso di fare un sopralluogo nell’ovile, rimasto tale e quale. Abbiamo ricostruito le condizioni di buio che erano presenti all’epoca e ci siamo resi conto che il testimone non poteva assolutamente aver visto ciò che raccontava di aver visto. Ci siamo avvalsi, a quel punto, di un ulteriore consulente, Mario Matteucci, colonnello dei carabinieri esperto di ricostruzione di scena del crimine, che con uno scanner 3D ha ricostruito gli omicidi. E ha confermato in maniera oggettiva che il testimone non aveva potuto vedere nulla. Con questo materiale sono andato a bussare alla porta dell’allora procuratore generale di Cagliari, Francesca Nanni, che si era appena insediata. Che trovò un collegamento con un sequestro di persona a scopo di estorsione che si era consumato in quegli stessi luoghi, in quegli stessi mesi.
Ma quale sarebbe stato il movente di Zuncheddu?
Di natura agropastorale. I difensori dell’epoca sostennero la tesi del collegamento col sequestro Murgia, ma vennero quasi derisi dalla Corte d’appello. Nanni avviò dunque una nuova indagine, disponendo delle intercettazioni a carico del testimone oculare, che fu convocato in procura per dei chiarimenti su questa vicenda. Davanti agli inquirenti mantenne la sua versione, ma una volta salito in macchina disse alla moglie: “Hanno capito tutto, hanno capito che Mario mi ha fatto vedere la foto di Beniamino prima”. Si trattava di Mario Uda, il poliziotto che condusse le indagini. Con queste intercettazioni avevamo la prova regina per far riaprire il caso.
Così si arriva al momento della verità: Luigi Pinna, il testimone oculare, in aula...
Dopo un’ora e mezza di esame, ha ammesso tutto: Mario, ha detto, mi ha fatto vedere le foto prima, io non riconoscevo nessuno per via del collant, però il poliziotto, mi aveva convinto che quello fosse il responsabile, era sicuro.
Come si era arrivati a Zuncheddu?
Il nome di Beniamino sarebbe stato fatto, secondo il poliziotto, da una fonte fiduciaria. Cioè anonima e di cui il poliziotto si è rifiutato di indicare il nome, anche adesso, nel giudizio di revisione.
Lei gli ha creduto subito?
Quando sono andato a trovarlo ero convinto di andare a trovare un triplice omicida. Ma poi ho capito che avevano detto la verità. E conoscendo Beniamino mi sono reso conto che era così. Mite, tranquillo, pacifico. Senza rancore. Preferiva morire in galera piuttosto che dire una bugia. E viveva nella speranza che prima o poi la verità venisse fuori.
Ma la speranza è anche una cosa che può uccidere. E 30 anni di speranza sono tanti...
Io l’ho conosciuto dopo 26 anni di carcere. Quando ha cominciato a capire che c’era la seria possibilità di avere la revisione ha iniziato ad avere un’ansia che purtroppo lo ha logorato. Lui diceva: c’è la prova dell’innocenza, perché non mi fanno uscire? Sono stati degli anni devastanti. Io mi chiedevo: ma cosa c’è sotto? A un certo punto diventi complottista.
Cioè?
Nel confronto tra Uda e Pinna, il poliziotto ha tirato fuori da una valigetta un atto che aveva conservato a casa e che non era mai confluito nel fascicolo del pm: un identikit dell’aggressore, fatto in ospedale quando Pinna era ricoverato. Identikit che non corrispondeva per niente a Beniamino. Mi sono chiesto se in Questura non ci fosse altro. E il procuratore, che non si fidava di come avrebbero potuto gestire quegli atti, ne ha disposto il sequestro.
E cosa ha scoperto?
Nel fascicolo mancavano i primi 10 giorni di indagine. C’era un verbale che confermava che l’aggressore non era riconoscibile perché travisato. E poi un’annotazione di Uda che, dopo aver sentito i familiari delle vittime e aver fatto un po’ di indagini sul territorio, indicava come pista più accreditata il collegamento con il sequestro Murgia. Solo che quel documento non venne mai depositato nel fascicolo del pm.
Beniamino, oggi che uomo è?
Hanno restituito al mondo un catorcio di uomo. L’ho visto deperire giorno dopo giorno: temevo non arrivasse alla prossima udienza. E devo ringraziare la garante Irene Testa, che poi ha dato il via alla campagna del Partito Radicale: è riuscita ad attivare la struttura sanitaria del carcere e lo ha salvato. Ora pensa a curarsi. Poi si vedrà.










