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di Simona Musco

Il Dubbio, 30 luglio 2026

Dopo Val di Susa e Bologna, da Fratelli d’Italia anche una proposta che mira a colpire le proteste di piazza con un nuovo reato associativo. Un ulteriore passo verso lo Stato di polizia. Da un lato con l’introduzione di controlli biometrici in mano alle forze di polizia senza particolari controlli da parte di un giudice, in barba al regolamento europeo, che pone limiti per evitare la deriva verso un controllo di massa. Dall’altro con la proposta di un nuovo reato associativo per punire chi devasta e aggredisce le Forze dell’Ordine. Le due proposte, piombate nel dibattito pubblico, sono state avanzate la prima dal governo, la seconda da Fratelli d’Italia.

Il controllo biometrico e la deroga alle regole UE - Il primo fronte d’attacco riguarda il decreto legislativo per l’adeguamento nazionale all’AI Act (Regolamento UE 2024/1689), dal quale però il governo si discosta, ampliando le prerogative della polizia nell’uso del riconoscimento facciale. La prima criticità risiede nelle modalità di autorizzazione per l’identificazione biometrica remota in tempo reale: se in via ordinaria è previsto l’intervento del magistrato, nei casi d’urgenza agli agenti basterà una semplice comunicazione, anche orale, al procuratore. Viene così meno il vaglio preventivo del gip, scavalcando la supervisione di un’autorità giudiziaria terza e indipendente richiesta dall’Ue.

Per il riconoscimento facciale ex post (art. 10), la responsabilità viene affidata a un ufficiale designato dal Questore o alla Pg procedente, consegnando un potere d’impatto fondamentale a un’autorità interna alla pubblica sicurezza. L’aspetto più allarmante riguarda la gestione dell’ordine pubblico in cortei, stadi o piazze: il testo ammette la memorizzazione per sette giorni dei dati biometrici (volti e iride) di tutti i cittadini che accedono a determinate aree. Una raccolta preventiva che, secondo le opposizioni, crea veri e propri archivi temporanei di volti relativi a una platea indifferenziata di persone inconsapevoli, violando il divieto dell’AI Act sull’uso non mirato della tecnologia.

Nonostante ciò, Palazzo Chigi ha impresso una forte accelerazione. Dopo il via libera tra le proteste nella Commissione Affari europei del Senato, il dem Filippo Sensi ha denunciato un “approfondimento soffocato” su un “tema enorme come il controllo della sicurezza tramite IA”. Nel dossier compaiono anche le censure dei penalisti: l’Ucpi ha ricordato che “l’efficienza investigativa non rappresenta un valore assoluto” e deve confrontarsi con il diritto di difesa, mentre il professor Mitja Gialuz (Università di Genova) ha richiamato il rischio di chilling effect sulle libertà di riunione, sottolineando che per misure così invasive “è necessario un elevato livello di giustificazione affinché esse possano essere considerate necessarie in una società democratica”. Le Camere penali attaccano infine l’opacità algoritmica: “L’affidabilità statistica di un risultato non equivale alla sua dimostrabilità processuale: il processo penale liberale richiede che ogni elemento possa essere spiegato, verificato, contestato e, soprattutto, falsificato”.

La nuova “associazione” - Al tassello dei controlli tecnologici si affianca la proposta di legge presentata da FdI (a prima firma dei parlamentari Bignami, Filini, Delmastro, Montaruli e Kelany) per introdurre un nuovo reato associativo. Il meccanismo mira a superare i requisiti tradizionali di stabilità e organizzazione gerarchica previsti dal codice penale per l’associazione a delinquere. La giustificazione si fonda sul “crescente susseguirsi di episodi di violenza” e sull’uso di tecnologie che facilitano l’organizzazione segreta degli assalti, richiedendo un “adeguamento dell’apparato normativo”.

FdI punta a offrire una risposta ai fatti della Val di Susa e di Bologna, punendo anche chi concorre fornendo rifugio, vitto o trasporti, con aggravanti per l’uso di strumenti informatici segreti o di jammer per oscurare le comunicazioni della polizia. È prevista inoltre la confisca obbligatoria dei beni e un trattamento più severo per i promotori. In conferenza stampa, il senatore Lucio Malan ha parlato di un atto di “solidarietà alle forze dell’ordine”, aggiungendo che “non ci possiamo fermare alle lesioni personali come fosse un semplice episodio di due persone che si prendono a pugni o a schiaffoni. È una questione ben diversa. Si tratta di dare l’assalto a quei cantieri” che sono “frutto di decisioni prese dagli organi democratici”.

La norma inciderà su oltre dieci reati spia (dalla resistenza a pubblico ufficiale al danneggiamento, fino a devastazione e saccheggio).

Francesco Filini ha ribadito la volontà di mettere “un nuovo strumento nelle mani della magistratura”, mentre Augusta Montaruli ha difeso la necessità di intervenire dato che nei processi “la procura ha sostenuto l’imputazione di associazione a delinquere e questa purtroppo non ha trovato il riscontro degli organi superiori”. Raffaele Speranzon ha invocato lo stop a “sacche di impunità”, rivendicando la tutela del diritto di manifestare per chi non vuole essere “ostaggio dei violenti”. Ma è stata Sara Kelany a rimarcare la vera novità tecnica: “Eliminare completamente gli elementi di stabilità e di organizzazione gerarchica: tre o più persone che si riuniscono per colpire lo Stato per i cosiddetti “reati fine” incorrono nel reato associativo”.

Si tratta di un reato di pericolo che “anticipa la soglia di punibilità” consentendo anche di prevenire.

Rispondendo infine ai dubbi su una gara di propaganda con la Lega (che propone il “terrorismo di piazza”), Galeazzo Bignami ha chiarito che tra i testi c’è complementarietà: “La nostra è un’estensione di una forma generica e generalista di reato, mentre la loro ha una prerogativa di specialità. Oggi le contestazioni delle procure sono fragili perché i tribunali faticano ad accoglierle senza la prova della responsabilità individuale del singolo atto. Con il nostro reato, la contestabilità viene estesa a tutti i partecipanti”.

La doppia mossa della maggioranza compone così un mosaico chiarissimo: da una parte l’allargamento della maglia penale per stringere il cerchio sul dissenso di piazza, dall’altra l’uso preventivo e invasivo della tecnologia biometrica. Due strade distinte che convergono verso lo stesso obiettivo: ridefinire i confini delle libertà civili nel nome di una presunta emergenza sicurezza permanente.