di Girolamo Monaco*
Avvenire, 15 novembre 2024
Ma che cosa è che non funziona oggi negli Istituti penali minorili italiani? In questi mesi ci siamo concentrati sulle cause esterne: la delinquenza minorile, le baby gang, i minori stranieri non accompagnati, i giovani adulti, i soggetti psichiatrici, i tossicodipendenti, e, in ultimo, il cosiddetto decreto Caivano. Abbiamo, cioè, individuato fuori di noi i motivi dei nostri mali. Oggi ritengo necessario uno sforzo introspettivo. Voglio partire dalla mia esperienza: ho sempre posto la massima attenzione al benessere del personale in servizio, nella convinzione che proprio il benessere è funzione direttamente proporzionale al pieno assolvimento del mandato istituzionale della struttura rieducativa. La rieducazione è infatti il prodotto professionale di operatori impegnati, coordinati, motivati, mai disinteressati, isolati, demotivati; Operatori che colgono il senso del loro agire, il vincolo del dovere e la presenza di un orientamento.
L’Istituto penale per i minorenni è un sistema sinergico. Qui si gioca la sua efficacia. Qui è, a mio parere, la causa del suo odierno malessere. Il carcere minorile non ha parti separate, l’una posta di fronte all’altra come ad avere compiti e obiettivi diversi, il carcere è una struttura che ha una sola finalità (che è la rieducazione e il reinserimento sociale del reo) al servizio della società, per il bene comune. Qualcosa ha minato l’unità di questa struttura, come se un collasso interno avesse separato ordine e sicurezza, trattamento e reinserimento sociale, tempo della pena e tempo della progettualità. Il personale che lavora dentro gli istituti penali è in sofferenza e disorientato, e non è solo una questione di carenza di organico, non è solo una questione relativa alla qualità umana dei singoli operatori, non è assolutamente un fatto di demotivazione.
Le parti della struttura si sono irrigidite, non armonizzate; e tutto questo non per cattiva volontà delle persone, ma per un disturbo interno alle cose che invecchiano e si irrigidiscono, perdono flessibilità e capacità di adattamento. Quello che una volta parlava ora non parla più, quello che una volta si univa ora si separa. Si è persa, come dire, la ratio del sistema, il motivo unificante, l’orientamento e la focalizzazione, la coerenza interna che non è solo un prodotto di linee guida e circolari esplicative, ma cultura, condivisione di saperi e valori, l’idea del gruppo di lavoro e la condivisione delle prassi.
È diventata dominante dentro i nostri Ipm una cultura (che non è cultura di valori, ma prassi burocratica) della separazione dei ruoli e dei compiti, un sistema dualistico che non ha chiarito, ma irrigidito, non ha resto funzionale, ma irrazionale e contraddittorio. La diversificazione dei compiti degli operatori ha purtroppo alimentato la separazione delle azioni del sistema. Il nostro servizio ha finalità rieducative ed è centrato sugli utenti; non può quindi avere struttura dicotomica al suo interno, così come un corpo non può avere due anime, ma un solo timone ed una sola mappa per la guida. Gli addetti ai lavori sicuramente intendono di cosa parlo. Sicurezza e trattamento non sono due cose diverse, ma complementari, così complementari che si unificano. Si unificano e si identificano. Questa è la mia convinta opinione.
L’aver accentuato le specificità dei ruoli non ha messo le basi per un progetto di Istituto coerente e unitario, ma ha generato commistioni e confusione. La logica delle due componenti (una addetta alla sicurezza, l’altra addetta al trattamento) in una struttura così necessitante di coerenza ed unità di intenti si è rivelata inefficace. Aver mutuato modelli di strutture complesse e rigide ha compromesso la nostra specificità rieducativa. Allora il lavoro è tutto interno alle nostre strutture, riunificando, dentro il fare professionale di operatori diversi ma sinergici, i valori e le azioni, il concetto della sicurezza, il significato della pena, offrendo, una buona volta e per il futuro, risposta a questa domanda: a che serve il carcere minorile?
Cosa riprendere per superare questa crisi? Il dialogo dentro la struttura, a partire dalla dimensione fisica: ufficio del direttore e ufficio del comandante vicini. Proprio uno accanto l’altro, in continuo dialogo. Ufficio degli educatori dentro la sezione, accanto all’ufficio del sanitario, vicino alla scuola. Bisogna ritornare all’idea che l’unità (e quindi l’efficacia di un servizio) è innanzitutto un fatto fisico, proprio così: un fatto fisico sul quale le persone devono lavorare molto, perché ogni efficacia, ogni unità, ogni successo lavorativo passa attraverso la buona volontà delle persone che devono investire energie ed intelligenze per mettersi in gioco non solo come individui, ma soprattutto come membri di un unico gruppo di lavoro, di un unico Servizio.
Per fare gruppo bisogna stare insieme, e attraverso lo stare insieme capire che Operatori di Polizia e Operatori Sociali fanno lo stesso mestiere, con la stessa utenza e con gli stessi obiettivi. Il carcere minorile è un servizio sociale, posto al servizio della società. Bisogna quindi partire dal lavorare sulla fisicità della presenza e dello stare l’uno accanto all’altro, iniziare dal condividere gli spazi, proprio gli spazi fisici: uffici, cortile, aule, sezione. La vicinanza favorirà l’affiatamento degli operatori e questo determinerà la focalizzazione sull’utenza, sui bisogni da questa portati e quindi l’individuazione di strumenti per rispondere e superare i disagi. Perché ogni disagio nasce da un bisogno che non ha avuto risposta.
Il disagio è proprio la manifestazione perversa di un bisogno legittimo. Operatori fisicamente vicini capiranno che Sicurezza e Trattamento sono termini anch’essi vicini, complementari, molte volte sinonimi. Sicurezza e Trattamento si identificano. Gli addetti ai lavori capiranno benissimo quello che intendo dire. Non credo che questa chiave di lettura sia così semplicistica da mancare di fondamento reale.
*Direttore Istituto Penale Minorile di Treviso











